Al mare o in montagna, vietato togliersi gli occhiali da sole!

Estate, fine luglio, sole abbagliante e caldo soffocante. Leggere un articolo sugli occhiali da sole sembra una banalità: perché farlo? Per alcuni che non sono abituati ad indossarli, per altri che li indossano solo per essere alla moda, per tutti coloro che sono in procinto di partire per qualche giorno verso una località balneare, potrebbe essere…illuminante!

 

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C’era una volta…

Gli occhiali da sole rappresentano certamente una delle creazioni più utili mai realizzate dall’uomo, sebbene della loro invenzione non si conosca né la data, né l’inventore. Utili dal punto di vista “pratico”, permettendo la visione anche in condizioni di luminosità intensa, gli occhiali da sole sono gli strumenti più adeguati dal punto di vista medico per la protezione degli occhi dai raggi ultravioletti. Dai ritrovamenti in nostro possesso sembra che i primi modelli furono realizzati dagli Inuit, popolazione originaria delle regioni costiere artiche e subartiche dell’America settentrionale e della Siberia nord-orientale, allo scopo di proteggersi dal riflesso della neve e del ghiaccio. Si trattava di montature in legno o ossa animali, prive di lenti, con una fessura che riduceva l’esposizione ai raggi solari, ma, di fatto, non la sua intensità.

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Gli occhiali da sole come li conosciamo oggi sembra siano nati nella Venezia del Settecento. Le vetrerie di Murano, infatti, produssero le prime vere e proprie lenti, utilizzate dalle dame durante i trasferimenti in gondola per ripararsi gli occhi dal sole.

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Dispositivi di protezione

Sebbene rappresentino degli accessori di indubbio fascino modaiolo, gli occhiali da sole sono a tutti gli effetti dispositivi di protezione. Sono definiti così dal D.Lgs. 475/1992 e dal D.L. 10/1997, che recepiscono le normative europee, confluite negli anni nella norma UNI EN 1836:2006+2007. Secondo la normativa ad ogni occhiale devono essere allegate le seguenti informazioni:

  • identificazione del fabbricante o distributore
  • categoria dei filtri impiegati
  • numero ed anno della normativa a cui fare riferimento
  • avvertenza in forma scritta o di simbolo per l’eventuale non idoneità alla guida.

Tutto ciò è riportato nella “Nota informativa del fabbricante” che ogni occhiale deve avere allegata. A queste potete trovare utili informazioni circa la modalità di utilizzo dell’occhiale, informazioni generiche, avvertenze, informazioni sulla pulizia e sulla manutenzione dell’occhiale e delle lenti, modalità di conservazione corretta.

 

Lenti, queste sconosciute

Quando acquistiamo un paio di occhiali da sole il nostro giudizio spesso è guidato, giustamente, dall’aspetto estetico. La fa da padrona la montatura, di varie forme, colori e dimensioni. Sono le lenti, però, le vere protagoniste dell’occhiale! Indagate sempre le caratteristiche delle lenti che state comprando, rivolgendo all’ottico le vostre curiosità e i vostri dubbi: solo col suo consiglio potrete scegliere l’occhiale adatto ai vostri occhi, al vostro fototipo, al vostro modo di vivere.

 

Caratteristiche

Il materiale delle lenti può essere rappresentato dalle resine plastiche o dal vetro. Mentre le prime sono più leggere e più resistenti agli urti, le seconde sono più sottili e più resistenti ai graffi. È necessario sottolineare, però, che le lenti in vetro non sono per niente adatte a chi pratica attività sportiva, perché in caso di caduta le lenti possono rompersi e le schegge potrebbero lesionare la congiuntiva o la cornea dell’occhio. Quest’ultimo aspetto rappresenta l’esempio più calzante di come un acquisto frettoloso possa avere conseguenze gravi non preventivamente approfondite con il proprio ottico.

La normativa suddivide gli occhiali in 5 categorie a seconda del livello di riduzione di luminosità, crescente da 0 a 4. Il loro utilizzo può essere diverso a seconda delle condizioni ambientali: maggiore è il potere di riduzione della luminosità, più è congruo il loro utilizzo in situazioni di forte luminosità. Le lenti, inoltre, possono avere diversi tipi di filtro solare: normale, per usi generici; fotocromatico, adattandosi alle condizioni di luminosità variabile; polarizzante, bloccando selettivamente la luce orizzontale, eliminano i riflessi che la luce crea quando colpisce superfici come l’acqua; degradante: la colorazione scende gradualmente dall’alto verso il basso. Queste ultime sono particolarmente utili durante la guida, perché schermano dai raggi del sole, permettendo una visione più chiara dalla strada. Tuttavia è necessario fare attenzione: in molte situazioni, come nelle località balneari, ad esempio, è necessario proteggersi anche dai raggi provenienti dal basso.

Le moderni lenti possono non solo proteggere l’occhio dalla luce solare, ma anche correggerne i difetti visivi. Con le attuali tecnologie, infatti, è possibile fabbricare lenti cosiddette graduate, che permettono la correzione dei difetti visivi, ma contemporaneamente proteggono costantemente l’occhio dai raggi ultravioletti e dalla luce visibile. Rappresentano certamente la soluzione ideale per chi, ad esempio, è miope e/o astigmatico, ma non vuole indossare lenti a contatto. In queste situazioni è di fondamentale importanza affidarsi al parere esperto degli ottici, previa visita medica oculistica, necessaria per la prescrizione.

 

Attenzione al marchio CE

La presenza del marchio CE (adeguatamente strutturato, occhio ai falsi!) garantisce che le lenti rispondano alle caratteristiche indicate dalla specifica normativa europea, assicurando così di essere in grado di proteggere i nostri occhi dalla radiazione ultravioletta, di non distorcere l’immagine percepita dal nostro occhio ed elaborata dal nostro cervello e di essere caratterizzati da resistenza meccanica, evitando rischi per le strutture oculari in caso di incidenti.

Il marchio CE deve avere una struttura ben precisa, che la differenzia dal marchio China-Export: il marchio europeo presenta una spazio maggiore tra la C e la E. Attenzione alla truffe!

Il marchio CE deve avere una struttura ben precisa, che la differenzia dal marchio China-Export: il marchio europeo presenta una spazio maggiore tra la C e la E. Attenzione alla truffe!

 

Perché indossarli

Due sono gli scopi principali nell’indossare dei buoni paia di occhiali: il primo per difendersi dalla luce visibile, permettendo di vedere meglio, il secondo, certamente più importante dal punto di vista medico, per proteggersi dalle radiazioni ultraviolette.

 

Raggi ultravioletti

La luce visibile è costituita da onde elettromagnetiche, la cui lunghezza d’onda varia dai 700 (colore rosso – frequenza d’onda: 400 tera-Hertz) ai 400 (colore viola – frequenza d’onda: 700 tera-Hertz) nano-metri (nm). Al di sotto dei 400 THz troviamo, tra le altre, gli infrarossi, le microonde e le onde radio; mentre al di sopra dei 700 THz possiamo imbatterci nei raggi ultravioletti, raggi X e onde gamma.

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Tutte le persone sono esposte quotidianamente ad una certa dose di radiazioni ultraviolette (UV), nella gran parte derivanti dal Sole e che si dividono in tre tipi principali: UVA (315-400 nm), UVB (280-315 nm), UVC (100-280 nm). La pericolosità per l’uomo dei raggi UV aumenta al diminuire della lunghezza d’onda e, quindi, all’aumentare della frequenza. La maggior parte della radiazione ultravioletta che raggiunge la superficie terrestre è rappresentata dagli UVA, in minima parte dagli UVB, mentre gli UVC sono totalmente assorbiti dall’atmosfera terrestre, che da questo punto di vista svolge una barriera protettiva per tutti gli essere viventi. Altri fattori che influenzano i livelli di UV sono lo strato di ozono e la capacità riflettente della superficie terrestre. La neve, infatti, riflette l’80% dei raggi UV, la sabbia il 15% e il mare il 25%. Questo significa che in tali ambienti la quantità di radiazioni UV sono maggiori.

 

I danni da UV

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nove sono le malattie strettamente legate all’esposizione ai raggi UV:

  1. melanoma cutaneo, tumore maligno dei melanociti, cellule della pelle che producono il pigmento cutaneo (melanina)
  2. carcinoma squamoso della pelle, tumore maligno della pelle che, rispetto al melanoma, ha un’evoluzione più lenta ed è associato ad una minore mortalità
  3. carcinoma basocellulare (basalioma), tumore cutaneo che si sviluppa prevalentemente in età avanzata e si diffonde lentamente e localmente
  4. carcinoma squamoso della cornea o della congiuntiva, raro tumore oculare
  5. cheratosi, malattie croniche della pelle che in rare occasioni possono generare lesioni pretumorali
  6. scottature
  7. cataratta corticale, degenerazione del cristallino, che diventa sempre più opaco fino a compromettere la vista e che, in certi casi, può portare anche alla cecità
  8. pterigio, inspessimento della congiuntiva che porta a opacizzazione della cornea o a una limitazione dei movimenti oculari
  9. riattivazione dell’herpes labiale, a causa dell’immunosoppressione indotta dall’eccesso di UV.

Da questa lista possiamo notare che, mentre le patologie cutanee possono essere evitate utilizzando la crema solare per il corpo con protezione UV, per proteggere i nostri occhi dal carcinoma della cornea, dalla cataratta o da irritazioni della congiuntiva dobbiamo necessariamente ricorrere a dei buoni occhiali da sole.

 

Quando e come indossarli

Quando usciamo di casa d’estate è sempre bene inforcare gli occhiali da sole: in questa stagione i raggi del Sole giungono alle nostre latitudini perpendicolari, con maggior facilità di penetrazione da parte dei raggi UV. Vietato togliersi gli occhiali da sole al mare: come detto precedentemente la presenza della sabbia e del mare aumenta la quantità di raggi UV che colpiscono il nostro occhio. Attenzione anche in montagna, in particolare in presenza della neve, che nel riflettere i raggi UV è peggiore rispetto alla sabbia e all’acqua del mare.

 

Attenzione anche ai nostri amici animali! Anche il loro occhio è sensibile ai raggi UV. Portandoli con noi nei luoghi balneari è importante garantire loro un riparo in zone d'ombra.

Attenzione anche ai nostri amici animali! Anche il loro occhio è sensibile ai raggi UV. Portandoli con noi nei luoghi balneari è importante garantire loro un riparo in zone d’ombra.

 

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La sindrome del tunnel carpale

La sindrome del tunnel carpale è un insieme di sintomi e segni caratteristici che si verificano quando il nervo mediano è compresso nel tunnel carpale. I sintomi classici includono intorpidimento, formicolii e dolore nel territorio di distribuzione del nervo mediano. Questi sintomi possono essere accompagnati da cambiamenti della sensibilità o della forza.

 

Agli inizi del Novecento si riteneva che la sindrome originasse da una compressione del plesso brachiale da parte delle prime coste o da altre strutture del collo anteriore, come i muscoli scaleni. Oggi è ormai noto che è coinvolto esclusivamente il nervo mediano, che è compresso nel suo passaggio attraverso il tunnel carpale, un canale che da passaggio al suddetto nervo e ad alcuni tendini che vanno dall’avambraccio al palmo della mano. Solitamente le fibre sensitive sono coinvolte per prime, ma anche le fibre autonomiche possono essere affette. La causa del danneggiamento delle fibre è ancora oggetto di dibattito: si ritiene che ci sia un aumento di pressione all’interno del tunnel carpale che ostacoli il deflusso venoso, che provochi edema e che in ultima istanza porti ad una lieve ischemia del nervo mediano.

 

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Il nervo mediano percorre il canale del carpo dall’avambraccio al palmo: in questo stretto ed inestensibile canale osseo-fibroso il nervo viene compresso, dando la classica sintomatologia.

 

La sindrome del tunnel carpale colpisce soggetti di età compresa tra i 45 e i 60 anni. I sintomi principali sono la perdita della forza prensile, l’intorpidimento, il formicolio e il dolore nel territorio di distribuzione del nervo mediano (prime tre dita della mano: pollice, indice, medio). Spesso questi sintomi compaiono di notte, possono essere tanto fastidiosi da svegliare il soggetto e spesso scompaiono muovendo la mano o il polso. A volte è lamentato anche un cambiamento nella sudorazione o nella percezione della temperatura (ad esempio la mano è percepita calda o fredda tutto il tempo).

 

Il nervo mediano dà rami sensitivi a tutta la superficie palmare delle prime tre dita della mano, più metà del quarto dito. Proprio in queste zone si percepiscono i sintomi di intorpidimento, formicolio, dolore, soprattutto notturni.

Il nervo mediano dà rami sensitivi a tutta la superficie palmare delle prime tre dita della mano, più metà del quarto dito. Proprio in queste zone si percepiscono i sintomi di intorpidimento, formicolio, dolore, soprattutto notturni.

 

L’indagine strumentale di primo livello che può già fare diagnosi certa di sindrome del tunnel carpale è certamente l’elettroneuronografia/elettromiografia. Gli studi elettrofisiologici, infatti, sono in grado di individuare specifiche alterazioni, che unitamente con i sintomi e i segni clinici rilevati dal medico sono sufficienti per la diagnosi. Altre indagini strumentali possono includere la Risonanza Magnetica, in particolare nei casi di lesioni occupanti lo spazio del tunnel carpale, o l’ecografia, come indagine complementare all’esame clinico e/o agli studi elettrofisiologici.

 

L’unico trattamento non invasivo, quasi un semplice accorgimento di buon senso, che ha dimostrato un beneficio è l’utilizzo di un tutore che permetta al polso di riposare in una posizione neutra. Molti soggetti riferiscono notevole beneficio nell’utilizzo di questi tutori, se utilizzati per almeno 3 settimane, soprattutto di notte. Si tratta di un trattamento non invasivo, a basso costo, senza effetti collaterali, che può rappresentare un valido approccio iniziale. Non ci sono evidenze che programmi specifici di stretching, ginnastica o massaggi possano migliorare la sintomatologia. Nemmeno accorgimenti posturali o posizioni ergonomiche del polso sul posto di lavoro hanno mostrato chiari benefici o un ruolo preventivo.

 

Il tutore, meglio se rigido, deve permettere al polso una posizione neutra o di lieve estensione, impedendone la flessione o l'eccessiva estensione. Il tutore è l'unico che di è dimostrato efficace, se utilizzato per almeno 3 settimane, in particolare di notte.

Il tutore, meglio se rigido, deve permettere al polso una posizione neutra o di lieve estensione, impedendone la flessione o l’eccessiva estensione. Il tutore è l’unico che di è dimostrato efficace, se utilizzato per almeno 3 settimane, in particolare di notte.

 

 

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Fonti e approfondimenti:

  • Adams and Victor Principles of Neurology, 10th edition, 2014
  • Neurologia, Bergmaini, 2011
  • L’esame neurologico, Prencipe, 2011
  • Medscape.com

 

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immagine di copertina, compressione del nervo nel tunnel, aree sensitive, tutore.

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Paralisi facciale di Bell

La paralisi di Bell è la più comune causa di paralisi facciale: circa 30 persone ogni 100.000 abitanti all’anno. Colpisce maschi e femmine in egual misura, spesso dopo i 40 anni, anche se è stato notato un aumento della frequenza durante il peri-partum. Anche se l’eziologia non viene riconosciuta nella maggior parte dei casi, si ritiene che il nervo facciale (VII nervo cranico) subisca un danno da parte di cause infettive, immunologiche, ischemiche o traumatiche, che determinano un improvviso indebolimento o paralisi dei muscoli di un lato della faccia. Questa condizione è per fortuna spesso temporanea, risolvendosi anche senza trattamento in pochi mesi nell’80% dei casi.

 

Anatomia del nervo facciale (VII nc). Evidente il decorso e le componenti funzionali.

Anatomia del nervo facciale (VII nc). Evidente il decorso e le componenti funzionali.

 

Eziologia

Come detto prima, nella maggior parte dei casi la causa precisa della paralisi spesso non è riconosciuta. La teoria più accreditata è che ci sia una infiammazione aspecifica del nervo che porta ad edema locale, demielinizzazione e ischemia. Ci sono delle evidenze che anche l’infezione da herpes virus tipo 1 (virus della varicella) potrebbe giocare un ruolo in alcuni casi. La paralisi facciale di Bell è frequente anche nei pazienti con disturbi immunitari, come infezione da HIV. Altri fattori di rischio includono gravidanza (nel periodo compreso tra due settimane prima e dopo il parto), diabete, ipertensione, sarcoidosi, tumori e la malattia di Lyme.

 

Segni e sintomi

La paralisi di Bell spesso presenta un esordio improvviso, che raggiunge la maggior gravità nell’arco di 48-72 ore. I segni e sintomi, che possono essere variabili nella loro presentazione e gravità, comprendono:

  • Debolezza o paralisi unilaterale;
  • Spianamento delle rughe della fronte, di quelle esterne dell’occhio, del solco naso-genieno, abbassamento dell’angolo della bocca;
  • Allargamento della rima palpebrale (lagoftalmo);
  • Impossibilità di sorridere, gonfiare la guancia, fischiare, protrudere le labbra;
  • Occhio o bocca secca;
  • Disgeusia, cioè l’alterazione del gusto;
  • Tinnito e peracusia dolorosa: i suoni acuti determinano dolore, a causa del venir meno del riflesso stepediale;
  • Cefalea;
  • Difficoltà alla deglutizione.

 

Quale lato è colpito dalla paralisi?  Lo si capisce dallo spianamento delle rughe della fronte, dell'angolo esterno dell'occhio, l'impossibilità a chiudere l'occhio, lo spianamento della piega naso-geniena, l'abbassamento dell'angolo della bocca. Tipico aspetto ispettivo del paziente con paralisi di Bell. Il lato colpito è il sinistro!

Quale lato è colpito dalla paralisi? Lo si capisce dallo spianamento delle rughe della fronte, dell’angolo esterno dell’occhio, l’impossibilità a chiudere l’occhio, lo spianamento della piega naso-geniena, l’abbassamento dell’angolo della bocca. Tipico aspetto ispettivo del paziente con paralisi di Bell. Il lato colpito è il sinistro!

 

La sindrome di Ramsay-Hunt

Questa sindrome è una condizione rara che consiste in una paralisi di Bell classica che segue una riattivazione del virus della varicella (volgarmente, fuoco di Sant’Antonio). L’incidenza annuale è di 5 persone ogni 100.000 abitanti, principalmente dopo i 60 anni. Questa sindrome, oltre i sintomi e segni citati prima, include classicamente una reazione eritematosa, dolorosa al padiglione auricolare e spesso al canale auricolare esterno. Questo rush può coinvolgere anche la bocca, il palato molle e la porzione superiore dell’esofago. Anche la sindrome di Ramsay-Hunt può presentare tinnito, così come otalgia, anche riferita al collo, iperacusia dolorosa, vertigini e, raramente, disgeusia.

 

La paralisi bilaterale

La paralisi bilaterale con il fenomeno di Bell si verifica nell’1% dei pazienti. Il fenomeno di Bell consiste nell’incapacità di chiudere gli occhi completamente con il bulbo oculare che ruota verso l’alto. Spesso la paralisi bilaterale è idiopatica, anche se vanno escluse la sindrome di Guillain-Barré, la malattia di Lyme, la carcinomatosi e il linfoma.

 

Diagnosi: paralisi centrale o periferica?

La diagnosi della paralisi di Bell è clinica, dopo aver escluso cause potenziali di paralisi di Bell. Quindi analisi di laboratorio non sono indicate.

La prima considerazione clinica da fare è differenziare la paralisi centrale da quella periferica. Qualsiasi lesione che colpisce le vie a monte del nucleo motore del settimo nervo cranico, come ictus, tumori, lesioni demielinizzanti, può causare una paralisi centrale. Lesioni che, invece, colpiscono il ponte, il bulbo o le vie a valle del nucleo motore del nervo possono causare una paralisi periferica. Tra queste annoveriamo i traumi facciali, la sindrome di Ramsay-Hunt, il diabete, la sarcoidosi, la malattia di Lyme, otite media o infezioni mastoidee, linfomi, meningite.

 

Schema delle proiezioni corticali al nucleo motore del nervo facciale. La metà superiore del nucleo riceve proiezioni da entrambi gli emisferi cerebrali, mentre la metà inferiore solo da un lato.

Schema delle proiezioni corticali al nucleo motore del nervo facciale. La metà superiore del nucleo riceve proiezioni da entrambi gli emisferi cerebrali, mentre la metà inferiore solo da un lato.

 

La paralisi centrale è caratterizzata da un interessamento solamente della muscolatura inferiore del viso, mentre la paralisi periferica da un coinvolgimento anche della parte superiore. Un test clinico molto semplice per differenziare le due entità è quello di chiedere al paziente di corrugare la fronte: se la lesione è centrale il paziente sarà in grado di farlo, mentre se è periferica la fronte non si corrugherà.

                                                                                                                                      

Trattamento

Sebbene, come detto, la paralisi si risolve spontaneamente nell’80% dei casi, esistono dei trattamenti che riducono la sintomatologia, facilitando un recupero più rapido. Innanzitutto occorre proteggere l’occhio dall’eccessiva secchezza, soprattutto di notte. È importante, quindi, utilizzare una benda che faciliti la chiusura dell’occhio e impiegare preparati che possano lubrificare la congiuntiva e la cornea. Se la paralisi viene diagnosticata nei primi quattordici giorni può essere utile ricorrere alla terapia cortisonica che riduce l’edema infiammatorio e facilità il recupero spontaneo. Nel caso, invece, il medico sospetti una riattivazione del virus della varicella, potrebbe prescrivervi un farmaco che impedisca al virus di replicarsi e quindi riduca il rush, il dolore, favorendo una guarigione più rapida. Naturalmente è prerogativa del Medico di Medicina generale o specialista neurologo la valutazione della situazione clinica e l’eventuale conseguente scelta terapeutica più adatta.

 

 

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Fonti e approfondimenti:

  • Adams and Victor Principles of Neurology, 10th edition, 2014
  • Neurologia, Bergmaini, 2011
  • L’esame neurologico, Prencipe, 2011
  • Medscape.com

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Le immagini sono state recuperate da siti internet che trattano la patologia della paralisi facciale, senza scopo di lucro, solo a titolo dimostrativo ed informativo.

immagine di copertina, anatomia nervo faccialeschema proiezioni nervose, disegno paralisi facciale.

 

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Medichese: dispepsia

Difficoltà di digestione. Digestione lenta. Dolore nella parte superiore dell’addome. Bruciore allo stomaco. Rigonfiamento intestinale. Senso di ripienezza dopo pranzo. Sazietà precoce. Sensazione di malessere addominale. Nausea, vomito. Sono sintomi che la maggior parte delle persone lamentano, per fortuna saltuariamente. In alcuni casi, però, possono presentarsi con frequenza o addirittura essere giornalieri. Sono disturbi molto diversi tra loro, ma che rientrano tutti nel termine dispepsia.

 

Cos’è la dispepsia?

Dispepsia deriva dal greco “dys”, difficile, e “pepsis”, digestione.

Si tratta, in realtà, di un termine generico che racchiude in sé diversi sintomi più o meno precisi, riferibili a disfunzioni digestive a vario livello. È possibile distinguere, infatti, una dispepsia primitiva, prettamente gastrica, da una secondaria, che può originare da disturbi extra-gastrici coinvolgenti l’esofago, il duodeno o la colecisti.

 

Tipi di dispepsia

Sia essa primitiva o secondaria, la dispepsia può essere causata da un’alterazione fisica di un organo (dispepsia organica), oppure da una sua alterata funzione (dispepsia funzionale). Il substrato organico di una dispepsia primitivamente gastrica potrebbe essere rappresentato da infiammazioni della mucosa dello stomaco o del duodeno (gastriti, duodeniti), da ulcere gastriche o duodenali, finanche alla malaugurata presenza di un tumore gastrico. Una dispepsia di origine extra-gastrica, invece, potrebbe essere causata da patologie di altri organi dell’apparato digerente, quali la colecisti (ad esempio la presenza di calcoli al suo interno), il pancreas, il fegato, oppure da patologie extra-digestive come ad esempio lo scompenso cardiaco.

La dispepsia gastrica, la più frequente, potrebbe originare da una alterazione della motilità dello stomaco oppure dalla alterazione secrezione dei succhi gastrici. Essa può essere caratterizzata da dolore, crampi, bruciore post-prandiale alla parte superiore dell’addome, oppure senso di peso e di digestione lenta.

La dispepsia biliare è caratterizzata da una alterata produzione e/o escrezione della bile, che può originare da patologie a carico del fegato, oppure da disturbi nella motilità della colecisti. Tipico di questa dispepsia è la digestione laboriosa, la nausea, il sapore amaro in bocca, la sonnolenza post-prandiale.

La dispepsia intestinale, invece, può originare da un’alterazione della flora batterica intestinale o da un difetto nell’assorbimento dei cibi. Flatulenza, turbe dell’alvo, dolore addominale e alterazione delle feci ne sono i caratteri principali.

 

Quando rivolgersi al medico?

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I sintomi dispeptici, anche se frequentemente lamentati, sono altamente aspecifici, cioè possono essere imputabili a molti disturbi gastroenterologici o di altra natura. Per fortuna, raramente rappresentano manifestazioni di una patologia severa. È sempre utile, in ogni caso, confrontarsi con il proprio Medico di Medicina Generale, confidando le proprie eventuali difficoltà digestive, anche occasionali. Se i disturbi digestivi compaiono saltuariamente, magari in concomitanza con pasti particolarmente abbondanti o ricchi di cibi grassi, allora questi potrebbero essere verosimilmente benigni e senza particolare rilievo. Qualora, invece, i disturbi siano frequenti, finanche giornalieri, compaiano in concomitanza dell’assunzione di un particolare tipo di cibo, alterino la qualità della vita oppure siano associati ad altri disturbi intestinali o alla comparsa di vomito, sangue o muco nelle feci, diarrea, allora è bene rivolgersi al medico per una valutazione più approfondita.

 

Aiutare la propria digestione

Lo stomaco impiega circa 2-3 ore per ultimare la prima parte della digestione e svuotarsi completamente. I pasti abbondanti, quindi, soprattutto se ricchi in grassi, rallentano lo svuotamento gastrico, causando il classico senso di ripienezza post-prandiale. Non è necessario seguire particolari diete, è sufficiente non abbuffarsi, privilegiando cibi leggeri, limitando l’introito di cibi grassi come formaggi, uova, burro. Evitare di accompagnare il pasto con bevande gassate, preferendo acqua naturale in quantità non eccessive. È importante masticare a lungo: la masticazione permette di sminuzzare il cibo, facilitando la digestione gastrica, e amalgama il cibo con la ptialina, sostanza prodotta dalle ghiandole salivari che inizia la digestione, in particolare dei carboidrati. Spezzare la mattina e il pomeriggio con una spuntino di frutta fresca, per evitare di giungere al pasto principale troppo affamati. Mangiare con calma, evitando di svolgere altre attività durante il pasto. Non coricarsi a letto o distendersi sul divano subito dopo il pasto: preferire una leggera comminata per favorire la digestione e il transito intestinale.

 

Esiste una cura per la dispepsia?

La valutazione medica è imprescindibile per un corretto inquadramento dei disturbi e per un’eventuale approfondimento con esami strumentali o laboratorisitici. Esistono, inoltre, farmaci che favoriscono la digestione e il transito intestinale. Tuttavia nella maggior parte dei casi un corretto stile di vita e semplici accorgimenti di buon senso, come quelli elencati sopra, sono sufficienti per risolvere.

 

Da evitare

Evitate l'automedicazione: consultato prima il vostro medico!

Evitate l’automedicazione: consultate prima il vostro medico!

Non allarmatevi per disturbi che sono lievi, saltuari, dettati, magari, da una particolare situazione di stress lavorativo o familiare: cercate di dedicare del tempo al vostro pasto. Evitate, d’altro canto di sottovalutare sintomi frequenti ed invalidanti. Assolutamente da evitare l’automedicazione: non assumete troppo spesso farmaci contro l’acidità di stomaco come l’idrossido di magnesio o di allumminio, l’algeldrato, il sucralfato; oppure farmaci inibitori di pompa protonica come l’esomeprazolo, l’omeprazolo, il lansoprazolo, il pantoprazolo. Questi ultimi, anche se farmaci “da banco” andrebbero assunti sempre su prescrizione e previa consultazione del medico, che valuterà prima con attenzione i vostri sintomi ed eventualmente deciderà di approfondire con ulteriori indagini, per evitare di sottovalutare i disturbi ed impedire che i farmaci mascherino un quadro grave.

In conclusione

  • Non allarmatevi per questi sintomi, specie se avete meno di 45-50 anni;
  • Non è necessario eseguire subito esami;
  • Parlatene al vostro Medico Curante.

 

 

Fate attenzione: questo è un blog esclusivamente divulgativo.

Non è nostra intenzione proporre possibili diagnosi o terapie. Gli articoli che pubblicheremo hanno lo scopo di spiegare tematiche mediche in modo comprensibile a tutti, senza, però, avere la presunzione di esaurire l’argomento in poche righe e senza dare alcun tipo di consiglio medico. Vi invitiamo a rivolgervi al proprio medico curante, ai farmacisti e a tutti gli altri specialisti qualificati per chiarire qualsiasi dubbio riguardante la vostra salute. Il rapporto di fiducia, di stima reciproca e di confidenza tra medico e paziente deve essere sempre coltivato e salvaguardato con il massimo impegno possibile.

 

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Medichese: epigastrio

L’approccio al paziente con una problematica riferita all’addome non è banale e spesso la diagnostica presenta difficoltà non da poco. Spesso per arrivare alla diagnosi corretta è necessario ricorrere a una diagnostica più approfondita, come quella laboratoristica (esami del sangue o delle urine) e strumentale (ecografia, TC, risonanza magnetica). Ciò non toglie che la visita medica sia imprescindibile. In particolare l’indagine semeiologica spesso fornisce elementi preziosi ai fini del sospetto clinico e degli step diagnostici successivi.

 

Particolare attenzione va posta alla localizzazione topografica dei rilievi obiettivi, al fine di stabilire a quale/quali organo/i i disturbi riferiti dal paziente sono attribuibili. Ecco perché l’addome è stato suddiviso in quadranti dagli antichi anatomici e dai medici che per primi hanno sviluppato la semeiotica medica, ovvero la branca della medicina che studia i segni e i sintomi delle patologie.

 

L’addome non deve essere inteso solamente come “la pancia” (volgarmente – anteriore), bensì necessita di una visione d’insieme che prevede l’attenzione anche alle porzioni laterali (“il fianco”) e la parte posteriore (“la schiena”). Dunque sia “la pancia”, che “il fianco”, che “la schienafanno parte dell’addome. La parete anteriore dell’addome è delimitata in alto dalla linea toraco-addominale, che segue l’arcata costale (linee verdi), e in basso da una linea che parte dalla spina iliaca antero-superiore arriva alla sinfisi pubica (linee gialle). Lateralmente è delimitato da delle linee che partendo dalla spina iliaca anterior-superior sale verticalmente fino ad incontrare l’arcata costale (linee blu). Lateralmente l’addome è delimitato superiormente sempre dall’arcata costale ed inferiormente dalla cresta iliaca. Mentre posteriormente è delimitato superiormente dal margine inferiore della XII costa, inferiormente da una linea che congiunge le due spine iliache anterior-posterior, passando per la V vertebra lombare, e lateralmente dalle linee ascellari posteriori. Questi sono solo i limiti “esterni”, in quanto la cavità addominale continua internamente nel cavo pelvico, venendo delimitata in basso dal piano perineale, così come in alto viene limitata dal diaframma, per cui parte del contenuto addominale viene a trovarsi dentro la gabbia toracica, cotto le coste (come ad esempio il fegato a destra e la milza a sinistra).

 

Tracciando quattro linee immaginarie è possibile suddividere l’addome in nove quadranti. Le linee verticali vengono tracciate a partire dal centro della clavicola, andando verso il basso; mentre quelle orizzontali sono rappresentate dalla più superiore che unisce le arcate costali, e dalla più inferiore che unisce le due spine iliache anteriori-superiori (linee rosse). Le nove zone che si ottengono sono, nell’ordine da destra verso sinistra e dall’alto verso il basso: ipocondrio destro, epigastrio, ipocondrio sinistro, fianco destro, mesogastrio o regione ombelicale, fianco sinistro, fossa iliaca destra, ipogastrio, fossa iliaca sinistra. La regione posteriore è divisa dalla linea che passa per le apofisi spinose delle vertebre in destra e sinistra, regioni a loro volta divise in lombare interna o renale e lombare esterna. La regione laterale è divisa in anteriore o posteriore dalla linea ascellare media.

 

 

L'addome suddiviso in nove quadranti.

L’addome suddiviso in nove quadranti.

 

La suddivisione in quadranti permette un approccio sistematico alle problematiche addominali, come ad esempio il dolore. Questo perché la localizzazione del dolore o di qualsiasi altra problematica può indirizzarci su quale/quali organo/i potrebbero essere ammalati.

 

 

L’epigastrio è quindi il quadrante mediano, compreso lateralmente tra i due ipocondri, delimitato superiormente dalla linea toraco-addominale, che lo divide dal torace, e che si pone superiormente alla regione ombelicale o mesogastrica.

 

 

Da: Vocabolario Treccani

Da: Vocabolario Treccani

 

L’epigastrio corrisponde parte del lobo destro e gran parte del lobo sinistro del fegato, alla colecisti, a parte dello stomaco e del duodeno, alla parte supero-mediale dei reni, al tratto alto dell’aorta e della vena cava inferiore, al plesso nervoso celiaco.

 

Corrispondenza anatomica tra la regione epigastrica e gli organi addominali.

Corrispondenza anatomica tra la regione epigastrica e gli organi addominali.

 

 

Un dolore nella regione epigastrica potrebbe essere dovuto ad una gastrite, ad un’ulcera peptica gastrica o duodenale, al reflusso gastro-esofageo (sintomatologia nota come pirosi), ad una pancreatite. Tuttavia il dolore non è sempre uguale, esistono diversi tipi di dolore, con diverse caratteristiche ed andamento temporale, associati anche ad altra sintomatologia (nausea, vomito, ecc) o a segni clinici, che il medico rileva durante la visita medica. È difficile per i non addetti ai lavori riuscire a capire a fondo le problematiche addominali e a poter risalire alla causa, perché questo richiede non solo anni di studio sui libri (di diverse materie), ma anche una certa esperienza in corsia, la conoscenza dei rilievi semeiologici obiettivabili durante la visita medica, e soprattutto un ragionamento clinico che si acquisisce col tempo.

 

 

In conclusione, la suddivisione dell’addome in quadranti aiuta il medico ad affrontare con metodo rigoroso la problematica relativa agli organi contenuti in cavità addominale. Il medico formula un’ipotesi diagnostica indagando i sintomi del paziente, avvalendosi dei rilievi clinici obiettivabili durante la visita, trovando conferma (o smentita) diagnostica negli esami di laboratorio o strumentali. Egli, di conseguenza, imposterà una terapia appropriata, medica o chirurgica che sia.

 

 

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photo credit addome diviso in quadranti (modificata): <a href=”http://www.flickr.com/photos/14277117@N03/4484192937″>Abdomen between pages 4 and 5</a> via <a href=”http://photopin.com”>photopin</a&gt; <a href=”https://creativecommons.org/licenses/by/2.0/”>(license)</a&gt;.

photo credit addome ed organi addominali (modificata).

Caso Avastin Lucentis: facciamo il punto

 

di Edoardo Romano*

 

In questi ultimi mesi si è fatto un gran parlare sui media di due colossi farmaceutici, portando all’attenzione del grande pubblico uno scandalo che mina la credibilità dei due protagonisti: Novartis e Roche. I TG denunciano un accordo fra le due società allo scopo di favorire la vendita di un farmaco costoso a discapito di uno molto più economico. Cerchiamo di fare un po’ di luce in questa oscura vicenda.

 

Questa truffa sfrutta una grave malattia dell’occhio, la maculopatia[1], un termine generico per indicare le malattie che interessano la macula. Questa è la parte centrale della retina, un dischetto dal diametro di 6 mm. Al suo centro si trova la fovea, la regione della retina con la più elevata densità di coni, i fotorecettori deputati alla visione centrale ad “alta risoluzione” e alla percezione dei colori.

 

Anatomia dell'occhio umano: schema.

Anatomia dell’occhio umano: schema.

 

Una delle cause della maculopatia è la rottura dello strato epiteliale che divide la retina dalla rete di vasi sanguigni sottostante (coroide). Attraverso queste crepe i vasi sanguigni della coroide raggiungono la macula, crescendo in maniera incontrollata (neovascolarizzazione coroidale, CNV). L’emorragia che ne segue danneggerà i fotorecettori causando deformazione e distorsione della visione centrale.

 

Nella degenerazione maculare essudativa o umida, si formano, al di sotto della macula indebolita, alcuni vasi sanguigni anomali che possono lasciar facilmente fuoriuscire del liquido essudativo (plasma) che danneggia le cellule fotosensibili della macula.

Nella degenerazione maculare essudativa o umida, si formano, al di sotto della macula indebolita, alcuni vasi sanguigni anomali che possono lasciar facilmente fuoriuscire del liquido essudativo (plasma) che danneggia le cellule fotosensibili della macula.

 

Per la cura ci vengono in aiuto le conoscenze accumulate in un campo in cui abbiamo molta più esperienza: quello oncologico.

Ora, la domanda sorge spontanea: cos’ha in comune un tumore con una malattia che provoca problemi alla vista? La risposta è l’angiogenesi, ovvero il processo che porta alla formazione di vasi sanguigni. Nel cancro l’angiogenesi è un processo fondamentale per la sua sopravvivenza: senza i nutrimenti trasportati dai vasi sanguigni creati ad hoc, le cellule tumorali, come quelle di qualsiasi altro tessuto, avvizziscono e muoiono. Una delle strategie utilizzate dalla chemioterapia è infatti quella di bloccare la crescita di nuovi vasi per “affamare” il tumore.

Ritornando alla maculopatia umida, abbiamo visto che il danno è causato dalla crescita incontrollata di capillari nella zona dove si trovano i fotorecettori. L’idea è quindi di utilizzare un farmaco antiangiogenico per impedire la neovascolarizzazione coroidale. Nel 2004 entra in gioco Avastin (bevacizumab), un anticorpo monoclonale di proprietà della Roche, utilizzato per il trattamento del cancro al colon-retto, del carcinoma alla mammella e ai polmoni. Questa molecola va ad inibire la proteina VEGF, acronimo di Vascular Endothelial Growth factor, che come dice il nome stimola la formazione di nuovi vasi.

 

Pensateci, usare un antitumorale per curare la vista! Chi ha avuto questa intuizione è Napoleone Ferrara, catanese d’origine, scopritore del ruolo del VEGF nei tumori[2] e vincitore del prestigioso Lasker Award, una sorta di premio Nobel americano.

Il nostro connazionale ha migliorato la vita a molte persone, scoprendo come fanno i tumori ad alimentarsi e trasferendo, in seguito, queste conoscenze alle malattie della retina: Avastin, sviluppato dal suo gruppo di ricerca, funziona molto bene anche nel migliorare la vista[3][4].

 

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Un farmaco come questo, che viene prescritto anche per un uso diverso da quello per cui è stato creato, viene definito off label. E’ una situazione molto comune: un quinto dei farmaci in commercio hanno un loro utilizzo off label[5]. Questo tipo di prescrizione è, comunque, ben regolamentato[6][7][8][9][10].

Questo vuol dire che, nel bugiardino di Avastin, non viene menzionato l’uso per il trattamento della maculopatia.

 

E qui cominciano i problemi: Roche decide stranamente di non chiedere l’estensione dell’utilizzo nel campo oftalmico. Due anni dopo, nel 2006, la Novartis mette in commercio Lucentis (ranibizumab), un anticorpo monoclonale derivato da Avastin, sviluppato anch’esso dal nostro Napoleone. Questo è specifico per il trattamento della degenerazione maculare umida e dovrebbe penetrare meglio, grazie alle sue dimensioni minori, nella retina. Ottimo, no? Un nuovo farmaco, forse migliore, progettato apposta per la maculopatia (prescrivere off label è un po’ una scocciatura, in quanto comporta problemi etici e maggiori responsabilità da parte dei medici che li prescrivono).

Ma la cruda realtà non tarda a farsi sentire. Non solo Lucentis è molto più costoso (una dose di Avastin ha un prezzo tra i 15 e gli 80 euro, mentre Lucentis viaggia intorno ai 900) ma quintali di studi provano che l’efficacia del farmaco è equivalente al precedente[11][12][13][14].

 

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A questo punto è lecito domandarsi: “ok, ma chi me lo fa fare di assumere Lucentis? Se posso scegliere continuo utilizzare Avastin, che funziona e costa poco!” Giustissimo. Il fattaccio avviene nel 2012, quando l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) esclude Avastin dalla legge 648/96, che comprende tutti i farmaci off label da utilizzare quando non vi è alternativa terapeutica valida; ed è proprio Lucentis l’ ”alternativa valida”. Secondo l’AIFA, la decisione è stata presa a causa della concomitante presenza di Lucentis, specificamente studiato e registrato per l’uso intravitreale, e per i maggiori effetti collaterali di Avastin. Eppure nel 2012 erano già stati pubblicati tre lavori scientifici indipendenti che provavano l’equivalenza di efficacia e sicurezza fra i due farmaci[15][16]. L’unico rischio effettivo nell’utilizzo di Avastin riguarda il rischio di contaminazione del medicinale e conseguente infezione oculare: l’utilizzo off label comporta infatti il frazionamento del flacone, la cui dose è specifica per il suo utilizzo come antitumorale (per risolvere questo problema basterebbe creare confezioni monouso).

Con un prezzo 50 volte maggiore del suo predecessore, il nostro servizio sanitario si rende conto di non riuscire a farsi carico delle spese di Lucentis, che supererebbero i 600 milioni di euro all’anno (in Italia ci sono 385 mila casi di maculopatia umida). La soluzione più semplice è far pagare l’intero trattamento al cittadino. La magra consolazione è che possiamo vantare i prezzi più bassi d’europa.[17]

 

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In questa vicenda la nostra agenzia del farmaco si è trovata con le mani legate, risultando impotente davanti alle pressioni di Roche nello scoraggiare l’uso del farmaco off label e non potendo tantomeno cambiare la modalità di prescrizione di Avastin. Hanno avuto il loro peso anche i timori di azioni legali nel caso di effetti collaterali: per un off-label, infatti, le conseguenze di eventuali danni al paziente sono a carico di medici e agenzie del farmaco.

A ciò si aggiunge la considerazione generale che spesso non esistono solide evidenze scientifiche per l’uso off label di un farmaco (anche se in questo caso ci sono, eccome!).

 

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Curiosità: per queste vicende Avastin è diventata la prima “not me drug” al mondo[18], ovvero un farmaco che, pur essendo adatto per il trattamento di una patologia, non può essere prescritto. Si contrappone alle “me too drug”, farmaci chimicamente simili e con lo stesso meccanismo d’azione prodotti da diverse case farmaceutiche.

 

 

Ma torniamo al caso: dopo queste vicende arriva un’indagine dell’Antitrust. Cosa scopre? Che Roche e Novartis hanno concertato sin dal 2011 una differenziazione artificiosa dei farmaci Avastin e Lucentis presentando il primo come più pericoloso del secondo per l’utilizzo oftalmico. Di conseguenza Roche, con la commercializzazione di Lucentis (che è della Novartis), incassa royalites per l’utilizzo del loro principio attivo. E non solo: Novartis partecipa per il 33% al capitale della Roche, e quindi ne condivide gli utili.

Il 27 febbraio 2014, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) aveva ritenuto che le due società avessero posto in essere una intesa anticoncorrenziale volta a ottenere una “differenziazione artificiosa” dei farmaci Avastin e Lucentis, “manipolando la percezione dei rischi dell’uso in ambito oftalmico di Avastin”. In particolare, la differenziazione dei due prodotti sarebbe avvenuta “enfatizzando i profili di sicurezza relativi all’uso intravitreale di Avastin (off-label) attraverso la produzione e diffusione di informazioni miranti a condizionare le scelte dei medici cui competono le decisioni terapeutiche e la scelta dei relativi farmaci”.

Secondo l’AGCM, quindi, “in presenza di due farmaci equivalenti sotto ogni profilo in ambito oftalmico, le due imprese hanno artificiosamente differenziato i prodotti, svalutando le contrarie acquisizioni scientifiche, al fine di promuovere il prodotto più costoso (Lucentis), dalle cui vendite derivano profitti per entrambe le società, e impedire, o comunque limitare, l’utilizzo di quello meno costoso (Avastin)”. In tal modo, l’intesa avrebbe consentito “la massimizzazione dei profitti di tutte le imprese, in ragione dei complessi rapporti commerciali intercorrenti tra i gruppi Roche e Novartis“. Di lì la comminazione di sanzioni ai due gruppi farmaceutici, per circa 90 milioni di euro l’uno (una multa irrisoria, visti i profitti dei due colossi).

Le due case farmaceutiche hanno comunque presentato ricorso alla sanzione, ricorso che è stato rigettato dal TAR del Lazio il 2 dicembre scorso.

 

La posizione delle Big Pharma sembra indifendibile, ma mi piace fare l’avvocato del diavolo e proviamo a sentire l’altra campana. In questo video (ci sono belle animazioni, guardatelo!) un ricercatore parla della maggior tossicità di Avastin citando uno studio pubblicato nel Canadian Journal of Ophtalmology. Questo evidenzia non solo una probabilità 12 volte maggiore di sviluppare infiammazioni oculari rispetto a Lucentis, ma anche una minore efficacia (causando addirittura diminuzione della vista) rispetto al competitore. E’ un dato forte, una prova schiacciante, ma analizziamo brevemente il lavoro: innanizitutto esistono, oltre a quelli che ho citato prima, moltissimi studi che affermano l’equivalenza, sia come efficacia che come effetti collaterali, dei due farmaci. Facendo un parallelismo, è come se 9 medici diagnosticassero ad un paziente una certa malattia e uno solo dissentisse: a chi sareste portati a credere? Ovviamente al giudizio unanime dei 9 medici. Potrebbe venirci qualche dubbio se il medico controcorrente fosse un grande luminare: allo stesso modo se l’articolo in questione appartenesse ad una rivista prestigiosa saremmo più portati a ritrattare la nostra tesi; nelle riviste scientifiche si usa esprimere l’autorevolezza di una rivista con l’Impact Factor (IF), un punteggio dato dal numero di citazioni ricevute (e altri fattori come la presenza di una peer review). Ad esempio, se una rivista nel 2014 ha un IF di 3 vuol dire che gli articoli pubblicati nei due anni precedenti sono stati citati 3 volte. Pur essendo un’indicatore piuttosto impreciso, vediamo che Il Canadian Journal of Ophtalmology ha un IF di 1,1. Una buona rivista è attorno a 5, e le più importanti (come Cell, Nature e Science) viaggiano sui 30-40.

 

 

Ricapitolando, abbiamo una ricerca che va contro la maggioranza pubblicata da una rivista non particolarmente affidabile. Lo studio effettuato, inoltre, è retroprospettico; questo comporta che le persone coinvolte nel trial clinico non sono state seguite dai ricercatori: questi si sono limitati a raccogliere i dati dall’ospedale e ad analizzarli. Questa tecnica, pur essendo rapida da eseguire (il tempo necessario all’accadimento degli eventi è già trascorso) non è particolarmente precisa, visto che le caratteristiche dei soggetti, i dati raccolti e gli esiti misurati sono definiti prima dello svolgimento dello studio. Nel paper inoltre non sono riuscito a trovare le dosi dei due farmaci iniettati: mi auguro quindi che siano quelle utilizzate di routine e non siano state cambiate ad arte per evidenziarne gli effetti collaterali, ad esempio.

Ah, quasi dimenticavo: lo studio è stato finanziato dalla Novartis.

 

Vediamo un secondo caso, di poco tempo fa: in questo articolo[19] Roche giudica incompleta la ricerca effettuata dalla Cochrane Collaboration[20] (una prestigiosa iniziativa no profit che analizza e valuta lavori scientifici), rispondendo con un’analisi presentata ad un congresso sull’angiogenesi oculare di Miami che evidenzia una maggiore sicurezza da parte di Lucentis.

Il bello di citare dati presentati ai congressi è che possono non essere definitivi e non devono necessariamente essere stati pubblicati da qualche parte: la ricerca in questione infatti non si trova neanche su Internet. In compenso, googlando l’autore del fantomatico studio, un certo Usha Chakravarthy, ho trovato una sua ricerca[21] in cui equipara Avastin e Lucentis sia sul piano dell’efficacia che della sicurezza. Mah!

 

 

Che cosa possiamo trovare di positivo da questa brutta vicenda? Beh, sembra che si stiano prendendo provvedimenti per evitare nuovi casi Novartis-Roche. Saranno presto in vigore le nuove norme previste dal decreto del ministro appena pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale[22]. Il decreto prevede che, in presenza di due farmaci che possono avere lo stesso uso, ma con indicazioni per malattie diverse, l’AIFA potrà verificare, attraverso una sperimentazione effettuata con i propri fondi, la possibilita’ di utilizzare il farmaco off label. In questo caso l’azienda che ne detiene il brevetto potrà autorizzare l’AIFA a sperimentare, avviare in proprio il trial, oppure opporsi del tutto. In quest’ultimo caso, l’AIFA avrà la facoltà di pubblicizzare il diniego sul proprio sito. In caso di esito positivo della sperimentazione, il farmaco verrà autorizzato a carico del Ssn.

 

La storia comunque non si chiude qui: il ministero della Salute lo scorso 29 maggio aveva chiesto a Roche e Novartis un maxi risarcimento da un miliardo e 200 milioni di euro per i danni – patrimoniali (circa 45 milioni nel 2012, 540 milioni nel 2013 e 615 milioni nel 2014) e non – subiti dal Servizio sanitario nazionale a seguito dei comportamenti anti-concorrenziali delle case farmaceutiche. La richiesta di risarcimento è aggiuntiva alla muta confermata dal Tar del Lazio.

Bisognerà attendere aprile 2015, invece, per la decisione della Sezione Terza Quater relativa alla delibera dell’Aifa che aveva riammesso l’uso off label dell’Avastin a carico del Servizio sanitario nazionale, pur in maniera giudicata troppo restrittiva dagli oftalmologi che infatti hanno fatto ricorso al Tar.

 

Silvio Garattini, foto dell’Istituto Mario Negri

Silvio Garattini, foto dell’Istituto Mario Negri

 

Dopo aver parlato tanto male dei farmacologi cattivi, spezziamo una lancia a loro favore: Silvio Garattini, il direttore del Mario Negri, aveva denunciato[23] (già nel 2010) il caso Avastin-Lucentis chiedendo, senza essere ascoltato, maggiore autonomia all’AIFA. In questo caso, infatti, l’agenzia del farmaco non aveva potuto cambiare le indicazioni dei farmaci rispetto alla volontà delle industrie, che, soprattutto in Italia, possono gestire i loro prodotti a loro piacimento.

 

 

* Il dott. Edoardo Romano si occupa di biologia molecolare all’Università degli Studi di Milano, in particolare dello studio a livello molecolare ed elettrofisiologico di canali ionici sintetici controllati dalla luce.

 

 

L’articolo è stato pubblicato il 28 Dicembre 2014 su Italia Unita per la Scienza.

 

 

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anatomia occhio umano

 

Tutte le altre immagini derivano dall’articolo apparso su Italia Unita per la Scienza e sono senza finalità di lucro. 

 

 

Referenze

[1 ]http://www.osservatoriomalattierare.it/component/content/article/38-sezioni/4046-cose-la-degenerazione-maculare

[2] Ferrara N, Hillan KJ, Gerber HP, Novotny W. (2004) Discovery and development of bevacizumab, an anti-VEGF antibody for treating cancer. Nat Rev Drug Discov. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15136787  

[3] El-Mollayess GM, Mahfoud Z, Schakal AR, Salti HI, Jaafar D, Bashshur ZF (2013) Intravitreal bevacizumab in the management of neovascular age-related macular degeneration: effect of baseline visual acuity. Retina http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23615342

[4] Li X, Hu Y, Sun X, Zhang J, Zhang M; Neovascular Age-Related Macular Degeneration Treatment Trial Using Bevacizumab (NATTB) (2012) Bevacizumab for neovascular age-related macular degeneration in China. Ophthalmology http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22818896

[5] http://archinte.jamanetwork.com/article.aspx?articleid=410250

[6] Legge 648/1996 http://www.parlamento.it/parlam/leggi/96648l.htm

[7] Legge 94/98 http://www.camera.it/parlam/leggi/98094l.htm

[8] Decreto Ministeriale del 18 maggio 2001:http://www.handylex.org/stato/d180501.shtml

[9] Decreto Ministeriale dell’8 maggio 2003: http://www.agenziafarmaco.gov.it/sites/default/files/Decreto_Ministeriale_8_maggio_2003.pdf

[10] Finanziaria 2007: lettera Z http://www.cimoasmd.it/documenti/approfondimenti/425.pdf

[11] Chakravarthy U, Harding SP, Rogers CA, Downes SM, Lotery AJ, Culliford LA, Reeves BC (2013) Alternative treatments to inhibit VEGF in age-related choroidal neovascularisation: 2-year findings of the IVAN randomised controlled trial. Lancet http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23870813

[12] Abedi F, Wickremasinghe S, Islam AF, Inglis KM, Guymer RH (2014) ANTI-VEGF TREATMENT IN NEOVASCULAR AGE-RELATED MACULAR DEGENERATION: A Treat-and-Extend Protocol Over 2 Years. Retina http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24637667

[13] Kodjikian L, Souied EH, Mimoun G, Mauget-Faÿsse M, Behar-Cohen F, Decullier E, Huot L, Aulagner G; GEFAL Study Group. (2013) Ranibizumab versus Bevacizumab for Neovascular Age-related Macular Degeneration: Results from the GEFAL Noninferiority Randomized Trial. Ophthalmology http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23916488

[14] Krebs I, Schmetterer L, Boltz A, Told R, Vécsei-Marlovits V, Egger S, Schönherr U, Haas A, Ansari-Shahrezaei S, Binder S; MANTA Research Group. (2013) A randomised double-masked trial comparing the visual outcome after treatment with ranibizumab or bevacizumab in patients with neovascular age-related macular degeneration. Br J Ophthalmol. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23292928

[15] http://www.nei.nih.gov/catt/

[16] http://cteu.bris.ac.uk/trials/ivan/

[17] http://www.agenziafarmaco.gov.it/it/content/aifa-precisazioni-regolatorie-su-avastin-e-lucentis

[18] Campbell RJ, Dhalla IA, Gill SS, Bell CM. (2012) Implications of “not me” drugs for health systems: lessons from age related macular degeneration. BMJ http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22549055

[19] http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=21326

[20] Braithwaite T, Nanji AA, Lindsley K, Greenberg PB (2014) Anti-vascular endothelial growth factor for macular oedema secondary to central retinal vein occlusion http://summaries.cochrane.org/CD007325/anti-vascular-endothelial-growth-factor-for-macular-oedema-secondary-to-central-retinal-vein-occlusion

[21] Chakravarthy U, Harding SP, Rogers CA, Downes SM, Lotery AJ, Culliford LA, Reeves BC; IVAN study investigators. (2013) Alternative treatments to inhibit VEGF in age-related choroidal neovascularisation: 2-year findings of the IVAN randomised controlled trial. Lancet http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23870813

[22] http://www.sanita.ilsole24ore.com/pdf2010/Sanita2/_Oggetti_Correlati/Documenti/Dal-Governo/OFFLABEL_DROGA_DLGSGU.pdf?uuid=1d180532-b12f-11e3-97ac-b5b8265d7fd3 (pagina 16)

[23] http://www.repubblica.it/cronaca/2014/03/06/news/garattini_l_industria_fa_i_suoi_interessi_lo_stato_deve_difenderci-80330525/

Siete soddisfatti del vostro medico?

Se siete soddisfatti del vostro medico, per favore, ditelo!

 

Negli ultimi anni le cause civili contro i medici sono aumentate esponenzialmente. Con loro anche il numero di contratti assicurativi che i professionisti della sanità devono stipulare per “tutelarsi”. I media fanno da cassa di risonanza per casi di presunta mala-sanità, spesso, purtroppo, con la sola finalità di far notizia: mettono “in croce” il professionista, salvo poi dimenticarsi di riabilitarlo nel caso fosse assolto per la sua condotta impeccabile. Raramente i media raccontano le eccellenze della nostra sanità. Un circolo vizioso di malelingue e di mancanza di fiducia nei medici e nelle altre figure, che finirà per distruggere non solo la Sanità, ma la Salute di tutti i cittadini.

La Sanità non è un’associazione per delinquere, è un bene comune, che va tutelato e sostenuto, con i fatti e le parole. Da tutti.

 

Vi propongo alcuni estratti di un interessante articolo firmato da Carla J. Rotering, apparso sul blog kevinmd.com:

 

Una volta i dottori (medici, ndr) erano le persone più ammirate e rispettate di una comunità; oggi quel titolo rivela solo una posizione sociale e genera una reazione totalmente differente.

 

I pazienti raccontano spesso di esperienze sanitarie traumatiche, insulti ricevuti, atti di mancanza di rispetto o atteggiamenti scortesi al letto del paziente; raccontano della delusione nel sistema e che i medici li buttano giù di morale. Accusare i medici sta diventando uno sport nazionale.

 

Vien da pensare come tutto il mondo sia paese: allora non solo in Italia ci sono accuse verso i medici! Aspettate: ma allora è la formazione dei medici di tutto il mondo a essere scadente o non sufficiente, oppure il problema risiede, parzialmente, altrove?

 

Il fatto è che la formazione, le conoscenze, le competenze e la professionalità è oggi molto più alta di quando tutti adoravano il loro medico. Uno dei più grandi cambiamenti in quest’era di diritti del malato, i medici sono molto più caricati di responsabilità e spesso non riescono a soddisfare a pieno gli elevati standard richiesti.

 

Come risultato molti medici sono demoralizzati perché non riescono a prendersi cura dei propri pazienti come vorrebbero, hanno meno tempo per loro, più domande e più compiti da svolgere, uno stress crescente, un compenso economico sempre più basso, un controllo pubblico esigente, in un crescendo di negatività.

 

Sono sempre più convinta che i medici che amano il loro lavoro e sono disposti a farlo al meglio per il bene dei propri pazienti sovrasta di molto la minoranza che pensa solo al denaro e non ai propri pazienti. Questi medici sono rispettati, valorizzati e impiegano tutta la loro energia per dedicarsi totalmente a fare del loro meglio solo per noi.

[…]

 

Coloro i quali percepiscono che la reputazione della sanità sta peggiorando e sono stanchi del continuo attacco verso i medici, dovrebbero:

  • avere il coraggio di levare le proprie voci in favore dei lati positivi del sistema sanitario, degli ospedali e dei professionisti della sanità;
  • esprimere la vicinanza agli amici o ai familiari che sono delusi dai professionisti della sanità, senza però alimentare le offese verso di loro;
  • provare empatia verso i professionisti della sanità di oggi (mettersi nei loro panni, ndr); aiutare nel far notare agli altri la pressione che i medici oggi subiscono nell’attuale sistema;
  • ringraziare, apprezzare e riconoscere la bravura di quei medici che hanno un approccio incentrato totalmente sul paziente;

fate la vostra parte nel costruire una comunità in cui tutti, medici inclusi, si sentano supportati nel loro lavoro.

[…]

 

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Sono certo che, purtroppo, alcuni di voi abbiano avuto delle esperienze negative nelle strutture ospedaliere. Molte di queste sono indipendenti dai medici, altre potrebbero essere legate a un medico, infermiera, tecnico che si è comportato in maniera scortese o semplicemente sbrigativa. Insomma potreste non aver avuto l’accoglienza che vi sareste aspettati. Non posso negarlo: purtroppo succede.

Nella mia, seppur breve finora, esperienza di formazione sul campo (oltre che di quella da paziente) ho assistito ad alcune situazioni spiacevoli. Moltissime di queste sono il frutto di un Sistema Sanitario che richiede sempre di più ai professionisti un instancabile crescendo in termini di produttività: visite veloci con tempi ridotti al minimo, moduli burocratici da compilare, protocolli da rispettare, e sempre meno in termini di attenzione verso il paziente.

Altre situazioni che ho vissuto sono legate piuttosto al carattere del professionista: alcuni sono di poche parole, altri sono un po’ autoritari, altri sono semplicemente di cattivo umore.

Concorderete con me che tutte le professioni a contatto con il pubblico sono oggetto – giustamente – di aspre critiche: la commessa del negozio cui meno chiedi meglio è. L’impiegato di qualche ufficio al quale il proprio lavoro sembra pesare come un macigno. Addetti agli sportelli d’informazione che trattato le persone da ignoranti. Dite la verità: a tutti è capitato qualcosa del genere.

Le professioni sanitarie sono simili, inutile negarlo. Tuttavia non posso nascondere che quest’ultime presentano un lato molto delicato: sono ogni giorno a contatto con la sofferenza di altre persone. Questo significa che non potrebbero permettersi di essere di poche parole, ma anzi dovrebbero seminare parole rassicuranti e di speranza. Non dovrebbero essere solo autoritari, ma anche accondiscendenti e comprensivi.

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D’altro canto anche i pazienti hanno la loro quota di errore: alcuni non ascoltano il consiglio medico, facendo di testa loro. Altri si disinteressano totalmente della propria salute, rendendo il tutto più difficile. Altri ancora sono talmente attenti alla propria salute che finiscono per far troppo e male. “Il mondo è bello perché è vario” e il medico deve imparare a confrontarsi con centinaia di caratteri diversi. Ricordiamoci, però, che come in tutte le professioni, il comportamento verso il prossimo nessuno lo insegna, seppur esistano corsi adibiti all’addestramento per la comunicazione con il paziente. La miglior insegnante, a parer mio, è la vita di tutti i giorni: il contatto quotidiano con il paziente. Credetemi: il lavoro del medico è ciò che di più bello esiste al mondo. Non è retorica: si ha la possibilità, quotidianamente, di instaurare con altre persone, totalmente sconosciute, un patto nobile, di sincerità e stima reciproca. Il medico si trova nella sua posizione al solo scopo di cercare di guarire il corpo e curare l’animo, dando sollievo al malato. Sarebbe un peccato perdere tale aspetto sotto un mare di burocrazia e una tempesta d’insulti alla categoria.

E perché no: s’impara dagli errori.

Quegli errori oggi demonizzati come se non si potesse più sbagliare. Come se i professionisti della sanità fossero dei computer: basta inserire qualche dato e l’hardware calcola automaticamente diagnosi e terapia. Ahimè non è affatto così semplice. La medicina non è una scienza esatta. Non lo sarà mai. Nessuno ha la sfera di cristallo: non è possibile prevedere come un paziente “B” risponderà a un farmaco o una procedura, che per il paziente “A” è stata salvavita. I medici continueranno a sbagliare. I pazienti continueranno a soffrire. Ma badate bene: tutti noi siamo pazienti. Anche i medici sono pazienti. Questo significa che, tranne rare e disdicevoli eccezioni di medici “corrotti”, che pensano solo al loro tornaconto, la stragrande maggioranza dei medici si occupa dei propri pazienti con interesse profondo, umanità e impegno alla ricerca della migliore cura possibile. La stragrande maggioranza dei medici è consapevole della sofferenza del paziente, è consapevole che al posto del proprio paziente potrebbe esserci lui stesso, o un suo familiare. Nessun medico sbaglia per la volontà di sbagliare. Certo, ci può essere imprudenza, imperizia, negligenza (aspetti che vanno giustamente puniti), ma nella stragrande maggioranza dei casi gli eventi hanno un esito infausto, indipendentemente dal medico.

Siate, dunque, sereni: le cure che ricevete sono certamente le migliori che quel medico, in quel momento, può offrire a voi, nella vostra particolare situazione.

 

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“Possiamo ridurre la brutta reputazione della sanità facendo conoscere con forza la verità ai pazienti e a chi prende le decisioni.

 

La sanità si sta facendo una brutta reputazione perché i pazienti soddisfatti e i professionisti della sanità se ne stanno in silenzio. Quello che ci serve è meno silenzio e più verità. Solo la verità può renderci liberi e può liberare la professione medica dal baratro della negatività dell’opinione pubblica.

 

 

Pazienti, alzate la voce: fate conoscere la vostra soddisfazione e la vostra ammirazione per i medici che avete incontrato.

Professionisti della sanità: fate valere la vostra posizione tra la gente, comunicate con pazienza e semplicità le nozioni mediche.

Studenti e futuri professionisti: contribuite alla diffusione della corretta informazione tra le persone.

La Sanità è un bene di tutti, combattiamo per difenderla.

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photo credit medico che parla con paziente

photo credit medico che consola paziente

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Sapete mantenere un segreto?

 

Vi sarà sicuramente capitato che qualche amico o parente vi abbia confidato un segreto. Vi sarà capitato, forse, di averlo spifferato. A volte inconsapevolmente, altre volte di proposito, altre volte ancora per quel gusto, un po’ disdicevole – a mio modesto parere, del pettegolezzo. Attenzione però al lavoro che svolgete: anche insospettabili impieghi potrebbero prevedere, per legge s’intende, il dovere di riservatezza. Insomma: potreste finire nei guai.

 

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Il dovere di riservatezza

La professione principe che prevede il dovere di riservatezza è senz’altro la professione medica. In realtà nessuna legge italiana lo prevede specificamente per il medico. Si tratta, più che altro, di un dovere morale: non rivelare senza motivo ciò che il paziente confida durante la raccolta della sua storia. Semplice buon senso, vi pare? A scanso di equivoci il Codice di Deontologia Medica prevede degli articoli ad hoc, come è giusto che sia.

 

“Ciò che io possa vedere o sentire durante il mio esercizio o anche fuori dell’esercizio sulla vita degli uomini, tacerò ciò che non è necessario sia divulgato, ritenendo come un segreto cose simili.”

Giuramento antico di Ippocrate

 

 

“Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro: […] di osservare il segreto professionale e di tutelare la riservatezza su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell’esercizio della mia professione o in ragione del mio stato; […]”

Giuramento moderno, FNOMCEO 2007

 

 

 

Art. 10 Segreto professionale

Il medico deve mantenere il segreto su tutto ciò che gli è confidato o che può conoscere in ragione della sua professione.

La morte della persona assistita non esime il medico dall’obbligo del segreto.

Il medico informa i collaboratori e discenti dell’obbligo del segreto professionale sollecitandone il rispetto.

La violazione del segreto professionale assume maggiore gravità quando ne possa derivare profitto proprio o altrui, ovvero nocumento della persona assistita o di altri.

La rivelazione è ammessa esclusivamente se motivata da una giusta causa prevista dall’ordinamento o dall’adempimento di un obbligo di legge. (denuncia e referto all’Autorità Giudiziaria, denunce sanitarie, notifiche di malattie infettive, certificazioni obbligatorie) ovvero da quanto previsto dai successivi artt. 11 e12.

Il medico non deve rendere all’Autorità competente in materia di giustizia e di sicurezza testimonianze su fatti e circostanze inerenti al segreto professionale.

La sospensione o l’interdizione dall’esercizio professionale e la cancellazione dagli Albi non dispensano dall’osservanza del segreto professionale.

(Codice di Deontologia Medica, 2014)

 

Dunque il medico non può rivelare ciò che ha appreso in ragione della sua professione: tutte le possibili confidenze che voi, come pazienti, affidate a lui, devono rimanere segrete. Le uniche eccezioni al mantenimento del segreto sono quelle previste dalla legge per l’esecuzione della denuncia e referto all’Autorità giudiziaria, notifica di malattie infettive, certificazioni obbligatorie.

Rivelare un segreto non solo viola il Codice di Deontologia Medica, ma è anche un reato penale (vedi dopo). Se la violazione del segreto è perpetuata allo scopo di trarne un vantaggio per sé o per gli altri la pena sarà, verosimilmente, più grave.

Attenzione che il segreto professionale si applica anche ai collaboratori del medico: ovviamente l’infermiere e gli operatori sanitari, ma anche, ad esempio, la segretaria di studio medico, così come gli studenti universitari o tirocinanti, che in virtù della loro posizione di discenti vengano a conoscenza della situazione di salute di un determinato paziente.

 

Art. 11 Riservatezza dei dati personali.       

Il medico acquisisce la titolarità del trattamento dei dati personali previo consenso informato dell’assistito o del suo rappresentante legale ed è tenuto al rispetto della riservatezza, in particolare dei dati inerenti alla salute e alla vita sessuale.

Il medico assicura la non identificabilità dei soggetti coinvolti nelle pubblicazioni o divulgazioni scientifiche di dati e studi clinici.

Il medico non collabora alla costituzione, alla gestione o all’utilizzo di banche di dati relativi a persone assistite in assenza di garanzie sulla preliminare acquisizione del loro consenso informato e sulla tutela della riservatezza e della sicurezza dei dati stessi. (Codice di Deontologia Medica, 2014)

 

top secret

 

Il medico, che entra in possesso dei vostri dati sensibili, li custodisce nella maniera più sicura possibile per evitarne la loro impropria divulgazione. Li custodirà sicuramente in luoghi non accessibili a tutti, oppure, nel caso di una banca dati computerizzata, li proteggerà con appositi sistemi di crittografia.

Inoltre, nel caso in cui vi capitasse di partecipare a uno studio clinico, sappiate che nessun vostro dato personale anagrafico e sensibile verrà divulgato impropriamente, ma verranno utilizzati solo dati clinici inerenti allo scopo dello studio.

 

 

 

 

Il dovere di riservatezza nel Codice Penale

 

Forse non tutti sanno che il dovere di riservatezza non è contemplato solamente nel Codice di Deontologia Medica, ma anche nel Codice Penale, che dev’essere rispettato da tutti i cittadini, non solo dai medici, come nel caso del Codice Deontologico.

 

Tant’è vero che l’Articolo 622 del Codice Penale non fa alcuna menzione della professione medica o di altre professioni in particolare:

 

 

Art. 622 C.P. Rivelazione del segreto professionale.

Chiunque, avendo notizia per ragione del proprio stato o ufficio, o della propria professione o arte, di un segreto, lo rivela, senza giusta causa, ovvero lo impiega a proprio o altrui profitto, è punito, se dal fatto può derivare nocumento, con la reclusione fino a un anno o con la multa. Il delitto è punibile a querela della persona offesa.

 

A ben leggere infatti, l’articolo esordisce con “Chiunque…”: il legislatore non si riferisce al medico in particolare, ma a tutti i cittadini. Ad esempio: un fotografo che nello svolgimento della sua attività si dovesse accorgere di un difetto fisico della persona che sta fotografando, è tenuto a non rivelare quel difetto fisico, soprattutto nel caso in cui dalla rivelazione ne possa derivare danno della persona offesa. Lo stesso vale, altro esempio, per l’estetista che si dovesse accorgere di una particolare caratteristica fisica: in ragione della sua professione è tenuta a non rivelare quella particolare caratteristica o difetto, soprattutto se questo potrebbe danneggiare in qualsiasi modo il cliente.

Cosa vuol dire “proprio stato”?

La propria posizione sociale/familiare. Ad esempio il coniuge, figli o familiari del medico, eventuali collaboratori di studio, personale domestico. Attenzione mogli o mariti di professionisti sanitari: se sentite per casualità sentita discutere di un paziente, siete tenuti anche voi al segreto! Così come i collaboratori che leggono determinati dati clinici nello studio medico, mentre fanno il loro lavoro: se questi vanno a raccontare i fatti di cui vengono a conoscenza sono loro che violano il segreto, non il medico.

Cosa si intende per “segreto”?

Qualsiasi aspetto della vita privata dell’assistito, che egli ha interesse a non far conoscere, di cui il medico sia venuto a conoscenza per motivi professionali. Aspetti della vita privata del soggetto che non sono conosciuti dalla maggior parte delle persone. Il segreto professionale non si limita ai dati sulla salute: se il paziente confida al medico altri aspetti della sua vita, anche questi sono coperti dal segreto professionale. Questo perché il paziente racconta le sue confidenze mentre il professionista è nel suo status di medico. Tutto ciò che il medico sente mentre ha il camice è un segreto.

 

Cosa si intende per “rivelare”?

Overo lo comunica a una persona qualsiasi, senza giusto motivo. È invece lecita la trasmissione, cioè l’affidamento della notizia a una persona essa stessa vincolata al segreto professionale e motivata dal dovere di cura verso il paziente o da un dovere d’ufficio. È possibile trasmettere il segreto solo se vi sono finalità curative: si può tranquillamente chiedere in tal caso un consulto ad un collega, mantenendo l’anonimato del paziente. Se invece c’è bisogno di dire chi è il paziente, allora bisogna prima chiedere il consenso a questo. È possibile discutere del caso clinico con i colleghi o il personale del reparto, o altri specialisti, ma non si può rivelare il segreto a qualsiasi collega, solo in virtù del fatto che sia tale.

 

Qual è la “giusta causa”?

La rivelazione o la trasmissione delle notizie coperte da segreto professionale devono perpetuare uno scopo ben preciso. Le cause che consentono la rivelazione del segreto professionale sono di due tipi:

  • Cause imperative: imposte da una norma di legge, come referto, denuncia, certificati, perizie, ispezione corporale, visite medico-legali di controllo. Sono le norme che impongono al medico di riferire un dato fatto all’Autorità competente in determinate situazioni.
  • Cause permissive: che consentono, ma non obbligano alla rivelazione. Ad esempio il paziente a cui non importa che le sue notizie cliniche vengano divulgate. In questo caso, comunque, il dovere morale impone al medico il silenzio, a meno che non ci sia una necessità oggettiva.

 

Cosa vuol dire “può derivarne nocumento”? Ossia se la rivelazione di tale segreto potrebbe creare un danno alla persona offesa. È un cosiddetto “reato di pericolo”.

 

 

L’aspetto interessante è che il dovere di riservatezza è talmente tutelato che il Codice di Procedura Penale prevede la non obbligatorietà della deposizione per i professionisti che debbano mantenere il segreto professionale:

 

Art. 200 C.P.P. Segreto professionale.        

  • Non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto in ragione del proprio ministero, ufficio o professione, salvi i casi in cui hanno l’obbligo di riferirne all’autorità giudiziaria: a) i ministri di confessioni religiose […]; b) gli avvocati […], i consulenti tecnici ed i notai; c) i medici e chirurghi, i farmacisti, le ostetriche e ogni altro esercente una professione sanitaria […]

 

Questo articolo prevede che, se il caso non rientra in quelli in cui si è obbligati a eseguire la denuncia all’Autorità Giudiziaria, il giudice non può imporre al medico di dire di che cosa soffre un paziente. Se un giudice chiede il motivo di una determinata procedura medica, il medico non è obbligato a rispondere. A meno che il medico non si trovi di fronte ad una situazione che prevede per legge la compilazione di un referto, una denuncia o quant’altro. Allo stesso modo del medico, anche l’infermiere, il fisioterapista o chiunque altro eserciti una professione sanitaria ha tale diritto.
È chiaro, tuttavia, che se il giudice sospetta che dietro questo diritto ci sia qualcosa di illecito, può procedere imponendo la rivelazione del segreto.

 

Insomma, è proprio il caso di dirlo: quando si viene a conoscenza di un segreto, è meglio cucirsi la bocca!

Insomma, è proprio il caso di dirlo: quando si viene a conoscenza di un segreto, è meglio cucirsi la bocca!

 

 

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La SLA in 10 punti

 

Milioni di persone in tutto il mondo hanno postato la loro secchiata d’acqua fredda (con ghiaccio) sui social networks allo scopo di promuovere la consapevolezza sulla Sclerosi Laterale Amiotrofica e di incoraggiare le donazioni alla ricerca. L’iniziativa si chiama Ice Bucket Challenge, ovvero una sfida a secchiate di ghiaccio.

 

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A dispetto dell’enorme risonanza dei gesti, ben poche fonti di notizia – a mio parere – hanno dato spazio alla corretta informazione su cosa sia la SLA.

 

 

Per chi non ha molto tempo da dedicare all’informazione personale, ma vorrebbe avere più notizie, eccovi un semplice e rapido riassunto in 10 punti:

 

 

Cos’è la SLA?

 

1

SLA è un acronimo che sta per Sclerosi Laterale Amiotrofica. In inglese: amyotrophic lateral sclerosis – ALS. Si tratta di una malattia rara.

È stata descritta in maniera sistematica per la prima volta da Jean-Martin Charcot, padre della neurologia moderna.

La SLA è una malattia rara: la sua incidenza è di circa 2-3 casi ogni 100.000 abitanti/anno.

 

Jean-Martin Charcot, padre della neurologia moderna. Maestro, tra gli altri, di Freud e di Babinski.

Jean-Martin Charcot, padre della neurologia moderna. Maestro, tra gli altri, di Freud e di Babinski. Img: Wikipedia.

 

2

È una malattia neurodegenerativa che colpisce i neuroni che sono deputati al controllo dei muscoli.

Rientra nelle cosiddette “Malattie del motoneurone”, insieme alla AMS (Atrofia Muscolare Spinale). La malattia è caratterizzata dalla morte dei motoneuroni dell’area motoria primaria (un’importante zona della corteccia cerebrale in cui hanno sede i neuroni che controllano tutti gli altri neuroni addetti ad attivare i muscoli del corpo), del tronco encefalico (area del sistema nervoso situata alla base del cervello, in cui hanno sede i neuroni che controllano principalmente i muscoli della testa: volto, lingua) e del midollo spinale (dove si trovano i neuroni che controllano i muscoli degli arti e del tronco).

 

3

Esordisce attorno ai 55-65 anni.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, fuorviati dal sensazionalismo dei media, la malattia non è prerogativa dei giovani: solo il 5% dei casi esordisce prima dei 30 anni. La stragrande maggioranza dei casi esordisce in età adulta/anziana, con media 64 anni. La gravità della malattia sta nella scarsissima sopravvivenza: in media tre anni e mezzo. Solo il 4% riesce a sopravvivere oltre i dieci anni.

 

4

La causa è sconosciuta.

Tutt’oggi la causa della SLA rimane non nota. Sono molte le ipotesi che circolano negli ambienti specialistici, tra le più accreditate vi è l’ipotesi ecitotossica e quella perossidativa. Seconda la prima vi sarebbe un accesso di glutammato nelle cellule nervose, che indurrebbe una serie di eventi metabolici che causano la morte neuronale. La seconda ipotizza che ci sia un accumulo di radicali liberi e conseguente stress ossidativo letale.

 

5

La malattia ha un esordio subdolo e spesso c’è un ritardo nella diagnosi.

Può esordire in varie sedi: agli arti superiori e/o inferiori, colpendo la muscolatura del volto o quella respiratoria.

L’esordio subdolo e la mancanza di marcatori di malattia contribuiscono a un ritardo nel riconoscere la malattia e a trattarla di conseguenza.

 

6

Non esiste una sola SLA.

Esistono, infatti, diverse varianti: la forma classica, che colpisce prevalentemente gli arti, la forma cosiddetta bulbare, che colpisce i muscoli del volto, e la forma polinevritica.

 

7

La malattia si presenza con particolari sintomi di debolezza.

L’ipostenia (ridotta forza muscolare) agli arti è il sintomo principale: è asimmetrica, maggiore agli arti superiori. È caratteristicamente presenza anche ridotta massa muscolare e fascicolazioni, ossia contrazioni muscolari involontarie molto fini.

 

8

La SLA non causa dolore e alcuni funzioni sono risparmiate.

Nella SLA non è mai colpita la sensibilità, non sono mai colpiti i muscoli oculari e gli sfinteri, come quelli nella vescica e nel retto. Le funzioni intellettive non sono mai colpite dalla SLA.

 

9

Molte malattie possono mimare la SLA, e viceversa.

Sono molte le altre condizioni patologiche che entrano in diagnosi differenziale con la SLA. Tra queste altre malattie che colpiscono i nervi, ma anche malattie che colpiscono primariamente i muscoli o malattie che colpiscono l’intero organismo.

Ecco spiegata la relativa difficoltà nella diagnosi certa e l’importanza (riferita ai pazienti) di non fidarsi delle sole informazioni on-line, ma di rivolgersi agli specialisti e affidarsi a loro per un corretto percorso di diagnosi e terapia.

 

10

Non si guarisce dalla SLA, ma alcune terapie ci sono e possono aiutare.

Purtroppo, fino ad ora, la SLA non è guaribile. Tuttavia è possibile trattare la malattia e prendersi cura del paziente, della persona, del suo fisico e della sua mente. Cercando di garantire un’accettabile qualità di vita. Le terapie includono la fisioterapia, la logopedia, il sostegno psicologico ai pazienti e alle famiglie, oltre che tutti gli interventi di sostegno delle funzioni vitali nei casi gravi.

 

 

L’argomento della SLA e, più in generale, delle malattie del motoneurone, della giunzione neuromuscolare e dei muscoli, richiede certamente una trattazione più estesa e approfondita, che non può essere ospitata sulle pagine virtuali di questo blog. Questo post ha lo scopo di sensibilizzare i lettori nei confronti della malattia, stimolarli ad informarsi in maniera corretta, acquisendo una maggiore consapevolezza della gravità della malattia e dell’importanza della ricerca medica e biologica, senza avere la presunzione di esaurire l’argomento in poche righe, né tantomeno di fornire consigli medici. È necessario, per i pazienti e le loro famiglie, consultare specialisti competenti in materia, affidandosi alla rete assistenziale del territorio.

 

 

Spero possiate comprendere l’importanza di donare in favore della ricerca sulla SLA: fatelo qui!

 

 

Per maggiori informazioni e contatti, visitate il sito dell’Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica.

 

Queste le principali Associazioni, quella italiana e quella americana:

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photo credit imagine di copertina.

Medichese: idiopatico.

 

Idiopàtico

aggettivo che deriva da idiopatìa. Nel linguaggio medico, termine che si riferisce a una malattia. In particolare, malattia che non deriva da una causa esterna o riconoscibile in maniera certa.

È sinonimo di “primitivo” o “essenziale”, in contrapposizione a “secondario”, che indica una malattia che è ascrivibile a una causa accertabile.

L’aggettivo può accompagnare qualsiasi patologia, la cui eziologia (causa) non sia nota o non sia riconoscibile con certezza.

Idiopatico, da Treccani.it

Idiopatico, da Treccani.it

Idiopatia, da Treccani.it

Idiopatia, da Treccani.it

In passato le patologie idiopatiche erano forse più frequenti, perché i medici e gli studiosi non erano in grado di riconoscerne la causa. Oggi, grazie alla ricerca di base (per esempio biologia molecolare, genetica) e grazie alle metodiche strumentali raffinate, sempre più spesso è possibile riconoscere la causa, o le cause, alla base di una malattia.

Idiopatico è un aggettivo che può essere, certamente, oggetto di abuso, a causa, magari, della scarsa conoscenza dei meccanismi alla base della malattia. Un aggettivo, però, che non deve spaventare: non indica né una patologia incurabile, né una malattia particolarmente aggressiva. Semplicemente denota la mancata identificazione certa, da parte degli studiosi, delle origini del disturbo, a causa dell’impossibilità di ricostruire i meccanismi molecolari alla base.

 

Un esempio?

Un classico esempio di patologia idiopatica è l’ipertensione arteriosa, o “pressione alta”. Questa può essere di due tipi: primitiva (sin. essenziale, idiopatica) o secondaria.

Secondaria indica che l’ipertensione è conseguenza di un’altra patologia. Rappresenta circa il 5% di tutti i casi di ipertensione. Spesso la causa è ascrivibile a malattie del sistema endocrino, caratterizzate da un aumento degli ormoni che causano un aumento della pressione. Per esempio ipertiroidismo (aumento dell’attività della ghiandola tiroide), Sindrome di Cushing (eccesso di ormoni glucocorticoidi), iperaldosternonismo (aumento della produzione dell’ormone aldosterone, che aumenta la ritenzione di sodio), feocromocitoma (tumore benigno della ghiandola surrenale). Quando il medico riscontrerà valori di pressione elevata e ipotizzerà la presenza di ipertensione arteriosa, dovrà escludere queste cause che possono essere a monte: rimosse queste la pressione tornerà nella norma.

 

Primitiva / idiopatica (il 95% di tutti i casi di ipertensione arteriosa) indica che non c’è un’altra patologia che causa a sua volta l’ipertensione. Il fatto che sia idiopatica, non significa che non esistano le cause. Semplicemente è difficile, nel singolo paziente, riconoscere la causa/le cause in maniera certa. Ripeto: non perché non esistano, ma perché, spesso, le cause sono molteplici e si influenzano tra loro, sovrapponendosi, per dare, alla fine, l’aumento di pressione. Infatti, per spiegare l’ipertensione primitiva si ipotizzano cause genetiche (sono state identificate diverse varianti geniche che potrebbero avere effetto sulla pressione arteriosa), ma è implicato soprattutto lo stile di vita: scarsa attività fisica, eccessivo consumo di sale nella dieta, eccessiva assunzione di caffeina.

 

 

In un futuro post mi soffermerò più in dettaglio sull’ipertensione arteriosa: cause, trattamenti, prevenzione, come si diagnostica e come si misura.

 

 

Nel frattempo, ricapitoliamo il significato di idiopatico:

 

Take home message

Take home message