La Medicina è una scienza?

Cosa sia la medicina, in fondo, non se lo chiede nessuno, perlomeno nella quotidianità: che sia una scienza o un’opinione, l’importante è che guarisca, o curi.  Forse non se lo chiede nessuno perché è entrato nell’ideale comune il concetto – scontato, quasi – che la medicina sia a tutti gli effetti, una scienza esatta. Punto. Salvo poi scontrarsi con le diverse opinioni sulla stessa patologia: se la medicina è una scienza esatta, allora perché esistono diverse visioni in merito ad un aspetto particolare? In realtà sempre di più oggi il pensiero medico va uniformandosi, grazie alla letteratura scientifica, che rappresenta una solida base per costruire il proprio sapere e per sviluppare una corretta e vittoriosa pratica clinica.

Si tratta del concetto di Evidence Based Medicine = la medicina basata sull’evidenza dei fatti, delle prove, dei risultati scientifici verificabili da tutti, non su idee o opinioni.

Ma se volessimo speculare dal punto di vista filosofico, possiamo affermare che la medicina sia una scienza? Dalla risposta a questa domanda ne deriva anche una precisa concezione della medicina e dei suoi compiti/limiti. La maggior parte delle persone risponderà che sì, la medicina è una scienza. Di questo sono convinte non solo le persone comuni, ma anche molti addetti ai lavori; di conseguenza, che la medicina sia una scienza è spesso enfatizzata anche dai mass-media, televisioni o giornali che siano.

 

Così non è:

La medicina non è una scienza, è una pratica basata su scienze e che opera in un mondo di valori. È, in altri termini, una tecnica – nel senso ippocratico di techne – dotata di un suo proprio sapere, conoscitivo e valutativo, e che differisce dalle altre tecniche perché il suo oggetto è un soggetto: l’uomo.

(Giorgio Cosmacini, Il mestiere di medico, Raffaello Cortina Editore, 2000, p XI)

 

In questa frase ogni parola è selezionata e soppesata accuratamente.  Innanzitutto ci troviamo di fronte ad una disillusione: la medicina non è una scienza. La medicina è una pratica basata su scienze, è una professione che si esercita basandosi sui risultati ottenuti da studi scientifici. Essa non è di per sé una scienza, ma applica le conoscenze scientifiche all’oggetto di studio, l’uomo. Tuttavia esiste un’altra complicazione: non è una mera applicazione delle conoscenze scientifiche, ma è una professione immersa in un mondo di valori, cui la stessa medicina s’ispira e che deve rispettare, per il bene, in primis, del paziente.

 

Non a caso Ippocrate è ritenuto il padre della Medicina Occidentale: fu il primo a parlare di medicina come tecnica, nel senso di “mestiere”, “arte” di conservare la salute e curare le malattie. Ippocrate è il primo che va contro la visione sacra della medicina, contro l’idea che la salute fosse di prerogativa divina. Le tecniche, le arti, infatti, sono pratiche essenzialmente umane, non divine.

Medicina come tecnica, arte, di conservare la salute e curare le malattie.

Il medico ippocratico sostituisce il divino con la natura (physis): tutto, da Ippocrate in poi, è spiegato riferendosi alla natura, osservandone i comportamenti fisici. La Medicina Occidentale si è distinta fin dalle origini per l’attenzione quasi esclusiva per la parte corporea, a discapito di quella spirituale, oggetto, invece, della Medicina Orientale. Come tutte le tecniche, anche la medicina possiede un sapere teorico che si pone a fondamento della pratica. Cosmacini evidenzia l’autonomia di questo sapere: “suo proprio”, quasi a voler elevare le conoscenze mediche rispetto a quelle prettamente scientifiche. La medicina è figlia delle scienze di base, da esse trae insegnamento, ma da esse, nel contempo, se ne distacca, diventando autonoma. Questo sapere è teorico-pratico (“conoscitivo”), ma è anche “valutativo”, consentendo al medico di prendere delle decisioni in merito alla condizione di salute del paziente. È un sapere, cioè, che consente al medico di lavorare senza essere legato strettamente alle leggi di base, pur sfruttandone le proprietà.

 

La Medicina trae la sua linfa vitale direttamente dalle scienze esatte e dalle scienze mediche di base, che ne rappresentano le radici, per poi innalzarsi diventando autonoma e sviluppando un proprio sapere.

La Medicina trae la sua linfa vitale direttamente dalle scienze esatte e dalle scienze mediche di base, che ne rappresentano le radici, per poi innalzarsi diventando autonoma e sviluppando un proprio sapere.

 

La medicina, però, non si rende autonoma solo dalle scienze di base, ma anche da tutte le altre tecniche e arti; ciò che da esse la discosta è il suo oggetto di studio: l’uomo. Questo determina un recupero dell’aspetto “religioso” e filosofico. La medicina possiede, a tutti gli effetti, una speciale religiosità e una propria filosofia. Esiste una vera e propria religio medici, che “si estrinseca nell’antropologia del rapporto intersoggettivo tra curante e curato, tra medico e paziente: un rapporto “duale” […]”. Esiste anche un’anima filosofica della medicina: “il mestiere di medico aveva un proprio metodo (il metodo clinico), una propria episteme (una teoria della conoscenza scientifica), un proprio ordine morale […], una vera e propria concezione generale dell’uomo e del mondo (una visione eco-antropologica con l’individuo al centro del cosmo)”. “È chiaro che il miglior medico è sempre anche filosofo”, tale era il motto di Galeno, il più grande medico della Roma imperiale.

 

La medicina, dunque, deve riunire in sé sia l’aspetto materiale, sia quello spirituale. Deve occuparsi sia delle malattie, sia dei malesseri, perché “la condizione umana è fatta dell’una e dell’altra, è affetta da mali e afflitta da malessere; e il mestiere di medico è chiamato a cimentarsi con ambedue questi aspetti nei momenti cruciali della vita dell’uomo: la nascita, la malattia, l’infermità, l’invecchiamento, la morte”. Cosmacini prosegue, ancora, con delle meravigliose parole: “Il sapere-potere del mestiere, come non deve prescindere da una tecnologia efficiente ed efficace, così non può sottrarsi all’esigenza di una comprensione curativa globale dell’umanità del paziente. La qualità della cura è sperimentata da questi (dal paziente, ndr) anche in funzione di tale globalità”.

 

Oserei dire, parafrasando Kierkegaard de “Il diario di un seduttore”:

guarire la malattia è un’arte, curare l’animo un capolavoro.

 

Spunti in corsivo liberamente tratti e riadattati al concetto che voglio trasmettere da: Giorgio Cosmacini, Il mestiere di medico, Raffaello Cortina Editore, 2000.

 

Enrico Scarpis

 

Ti interessano altri argomenti medici? Visita anche il blog “Medicina…in pillole“.

 

photo credit immagine di copertina.

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