Autore: bussolamedicablog

Al mare o in montagna, vietato togliersi gli occhiali da sole!

Estate, fine luglio, sole abbagliante e caldo soffocante. Leggere un articolo sugli occhiali da sole sembra una banalità: perché farlo? Per alcuni che non sono abituati ad indossarli, per altri che li indossano solo per essere alla moda, per tutti coloro che sono in procinto di partire per qualche giorno verso una località balneare, potrebbe essere…illuminante!

 

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C’era una volta…

Gli occhiali da sole rappresentano certamente una delle creazioni più utili mai realizzate dall’uomo, sebbene della loro invenzione non si conosca né la data, né l’inventore. Utili dal punto di vista “pratico”, permettendo la visione anche in condizioni di luminosità intensa, gli occhiali da sole sono gli strumenti più adeguati dal punto di vista medico per la protezione degli occhi dai raggi ultravioletti. Dai ritrovamenti in nostro possesso sembra che i primi modelli furono realizzati dagli Inuit, popolazione originaria delle regioni costiere artiche e subartiche dell’America settentrionale e della Siberia nord-orientale, allo scopo di proteggersi dal riflesso della neve e del ghiaccio. Si trattava di montature in legno o ossa animali, prive di lenti, con una fessura che riduceva l’esposizione ai raggi solari, ma, di fatto, non la sua intensità.

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Gli occhiali da sole come li conosciamo oggi sembra siano nati nella Venezia del Settecento. Le vetrerie di Murano, infatti, produssero le prime vere e proprie lenti, utilizzate dalle dame durante i trasferimenti in gondola per ripararsi gli occhi dal sole.

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Dispositivi di protezione

Sebbene rappresentino degli accessori di indubbio fascino modaiolo, gli occhiali da sole sono a tutti gli effetti dispositivi di protezione. Sono definiti così dal D.Lgs. 475/1992 e dal D.L. 10/1997, che recepiscono le normative europee, confluite negli anni nella norma UNI EN 1836:2006+2007. Secondo la normativa ad ogni occhiale devono essere allegate le seguenti informazioni:

  • identificazione del fabbricante o distributore
  • categoria dei filtri impiegati
  • numero ed anno della normativa a cui fare riferimento
  • avvertenza in forma scritta o di simbolo per l’eventuale non idoneità alla guida.

Tutto ciò è riportato nella “Nota informativa del fabbricante” che ogni occhiale deve avere allegata. A queste potete trovare utili informazioni circa la modalità di utilizzo dell’occhiale, informazioni generiche, avvertenze, informazioni sulla pulizia e sulla manutenzione dell’occhiale e delle lenti, modalità di conservazione corretta.

 

Lenti, queste sconosciute

Quando acquistiamo un paio di occhiali da sole il nostro giudizio spesso è guidato, giustamente, dall’aspetto estetico. La fa da padrona la montatura, di varie forme, colori e dimensioni. Sono le lenti, però, le vere protagoniste dell’occhiale! Indagate sempre le caratteristiche delle lenti che state comprando, rivolgendo all’ottico le vostre curiosità e i vostri dubbi: solo col suo consiglio potrete scegliere l’occhiale adatto ai vostri occhi, al vostro fototipo, al vostro modo di vivere.

 

Caratteristiche

Il materiale delle lenti può essere rappresentato dalle resine plastiche o dal vetro. Mentre le prime sono più leggere e più resistenti agli urti, le seconde sono più sottili e più resistenti ai graffi. È necessario sottolineare, però, che le lenti in vetro non sono per niente adatte a chi pratica attività sportiva, perché in caso di caduta le lenti possono rompersi e le schegge potrebbero lesionare la congiuntiva o la cornea dell’occhio. Quest’ultimo aspetto rappresenta l’esempio più calzante di come un acquisto frettoloso possa avere conseguenze gravi non preventivamente approfondite con il proprio ottico.

La normativa suddivide gli occhiali in 5 categorie a seconda del livello di riduzione di luminosità, crescente da 0 a 4. Il loro utilizzo può essere diverso a seconda delle condizioni ambientali: maggiore è il potere di riduzione della luminosità, più è congruo il loro utilizzo in situazioni di forte luminosità. Le lenti, inoltre, possono avere diversi tipi di filtro solare: normale, per usi generici; fotocromatico, adattandosi alle condizioni di luminosità variabile; polarizzante, bloccando selettivamente la luce orizzontale, eliminano i riflessi che la luce crea quando colpisce superfici come l’acqua; degradante: la colorazione scende gradualmente dall’alto verso il basso. Queste ultime sono particolarmente utili durante la guida, perché schermano dai raggi del sole, permettendo una visione più chiara dalla strada. Tuttavia è necessario fare attenzione: in molte situazioni, come nelle località balneari, ad esempio, è necessario proteggersi anche dai raggi provenienti dal basso.

Le moderni lenti possono non solo proteggere l’occhio dalla luce solare, ma anche correggerne i difetti visivi. Con le attuali tecnologie, infatti, è possibile fabbricare lenti cosiddette graduate, che permettono la correzione dei difetti visivi, ma contemporaneamente proteggono costantemente l’occhio dai raggi ultravioletti e dalla luce visibile. Rappresentano certamente la soluzione ideale per chi, ad esempio, è miope e/o astigmatico, ma non vuole indossare lenti a contatto. In queste situazioni è di fondamentale importanza affidarsi al parere esperto degli ottici, previa visita medica oculistica, necessaria per la prescrizione.

 

Attenzione al marchio CE

La presenza del marchio CE (adeguatamente strutturato, occhio ai falsi!) garantisce che le lenti rispondano alle caratteristiche indicate dalla specifica normativa europea, assicurando così di essere in grado di proteggere i nostri occhi dalla radiazione ultravioletta, di non distorcere l’immagine percepita dal nostro occhio ed elaborata dal nostro cervello e di essere caratterizzati da resistenza meccanica, evitando rischi per le strutture oculari in caso di incidenti.

Il marchio CE deve avere una struttura ben precisa, che la differenzia dal marchio China-Export: il marchio europeo presenta una spazio maggiore tra la C e la E. Attenzione alla truffe!

Il marchio CE deve avere una struttura ben precisa, che la differenzia dal marchio China-Export: il marchio europeo presenta una spazio maggiore tra la C e la E. Attenzione alla truffe!

 

Perché indossarli

Due sono gli scopi principali nell’indossare dei buoni paia di occhiali: il primo per difendersi dalla luce visibile, permettendo di vedere meglio, il secondo, certamente più importante dal punto di vista medico, per proteggersi dalle radiazioni ultraviolette.

 

Raggi ultravioletti

La luce visibile è costituita da onde elettromagnetiche, la cui lunghezza d’onda varia dai 700 (colore rosso – frequenza d’onda: 400 tera-Hertz) ai 400 (colore viola – frequenza d’onda: 700 tera-Hertz) nano-metri (nm). Al di sotto dei 400 THz troviamo, tra le altre, gli infrarossi, le microonde e le onde radio; mentre al di sopra dei 700 THz possiamo imbatterci nei raggi ultravioletti, raggi X e onde gamma.

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Tutte le persone sono esposte quotidianamente ad una certa dose di radiazioni ultraviolette (UV), nella gran parte derivanti dal Sole e che si dividono in tre tipi principali: UVA (315-400 nm), UVB (280-315 nm), UVC (100-280 nm). La pericolosità per l’uomo dei raggi UV aumenta al diminuire della lunghezza d’onda e, quindi, all’aumentare della frequenza. La maggior parte della radiazione ultravioletta che raggiunge la superficie terrestre è rappresentata dagli UVA, in minima parte dagli UVB, mentre gli UVC sono totalmente assorbiti dall’atmosfera terrestre, che da questo punto di vista svolge una barriera protettiva per tutti gli essere viventi. Altri fattori che influenzano i livelli di UV sono lo strato di ozono e la capacità riflettente della superficie terrestre. La neve, infatti, riflette l’80% dei raggi UV, la sabbia il 15% e il mare il 25%. Questo significa che in tali ambienti la quantità di radiazioni UV sono maggiori.

 

I danni da UV

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nove sono le malattie strettamente legate all’esposizione ai raggi UV:

  1. melanoma cutaneo, tumore maligno dei melanociti, cellule della pelle che producono il pigmento cutaneo (melanina)
  2. carcinoma squamoso della pelle, tumore maligno della pelle che, rispetto al melanoma, ha un’evoluzione più lenta ed è associato ad una minore mortalità
  3. carcinoma basocellulare (basalioma), tumore cutaneo che si sviluppa prevalentemente in età avanzata e si diffonde lentamente e localmente
  4. carcinoma squamoso della cornea o della congiuntiva, raro tumore oculare
  5. cheratosi, malattie croniche della pelle che in rare occasioni possono generare lesioni pretumorali
  6. scottature
  7. cataratta corticale, degenerazione del cristallino, che diventa sempre più opaco fino a compromettere la vista e che, in certi casi, può portare anche alla cecità
  8. pterigio, inspessimento della congiuntiva che porta a opacizzazione della cornea o a una limitazione dei movimenti oculari
  9. riattivazione dell’herpes labiale, a causa dell’immunosoppressione indotta dall’eccesso di UV.

Da questa lista possiamo notare che, mentre le patologie cutanee possono essere evitate utilizzando la crema solare per il corpo con protezione UV, per proteggere i nostri occhi dal carcinoma della cornea, dalla cataratta o da irritazioni della congiuntiva dobbiamo necessariamente ricorrere a dei buoni occhiali da sole.

 

Quando e come indossarli

Quando usciamo di casa d’estate è sempre bene inforcare gli occhiali da sole: in questa stagione i raggi del Sole giungono alle nostre latitudini perpendicolari, con maggior facilità di penetrazione da parte dei raggi UV. Vietato togliersi gli occhiali da sole al mare: come detto precedentemente la presenza della sabbia e del mare aumenta la quantità di raggi UV che colpiscono il nostro occhio. Attenzione anche in montagna, in particolare in presenza della neve, che nel riflettere i raggi UV è peggiore rispetto alla sabbia e all’acqua del mare.

 

Attenzione anche ai nostri amici animali! Anche il loro occhio è sensibile ai raggi UV. Portandoli con noi nei luoghi balneari è importante garantire loro un riparo in zone d'ombra.

Attenzione anche ai nostri amici animali! Anche il loro occhio è sensibile ai raggi UV. Portandoli con noi nei luoghi balneari è importante garantire loro un riparo in zone d’ombra.

 

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La sindrome del tunnel carpale

La sindrome del tunnel carpale è un insieme di sintomi e segni caratteristici che si verificano quando il nervo mediano è compresso nel tunnel carpale. I sintomi classici includono intorpidimento, formicolii e dolore nel territorio di distribuzione del nervo mediano. Questi sintomi possono essere accompagnati da cambiamenti della sensibilità o della forza.

 

Agli inizi del Novecento si riteneva che la sindrome originasse da una compressione del plesso brachiale da parte delle prime coste o da altre strutture del collo anteriore, come i muscoli scaleni. Oggi è ormai noto che è coinvolto esclusivamente il nervo mediano, che è compresso nel suo passaggio attraverso il tunnel carpale, un canale che da passaggio al suddetto nervo e ad alcuni tendini che vanno dall’avambraccio al palmo della mano. Solitamente le fibre sensitive sono coinvolte per prime, ma anche le fibre autonomiche possono essere affette. La causa del danneggiamento delle fibre è ancora oggetto di dibattito: si ritiene che ci sia un aumento di pressione all’interno del tunnel carpale che ostacoli il deflusso venoso, che provochi edema e che in ultima istanza porti ad una lieve ischemia del nervo mediano.

 

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Il nervo mediano percorre il canale del carpo dall’avambraccio al palmo: in questo stretto ed inestensibile canale osseo-fibroso il nervo viene compresso, dando la classica sintomatologia.

 

La sindrome del tunnel carpale colpisce soggetti di età compresa tra i 45 e i 60 anni. I sintomi principali sono la perdita della forza prensile, l’intorpidimento, il formicolio e il dolore nel territorio di distribuzione del nervo mediano (prime tre dita della mano: pollice, indice, medio). Spesso questi sintomi compaiono di notte, possono essere tanto fastidiosi da svegliare il soggetto e spesso scompaiono muovendo la mano o il polso. A volte è lamentato anche un cambiamento nella sudorazione o nella percezione della temperatura (ad esempio la mano è percepita calda o fredda tutto il tempo).

 

Il nervo mediano dà rami sensitivi a tutta la superficie palmare delle prime tre dita della mano, più metà del quarto dito. Proprio in queste zone si percepiscono i sintomi di intorpidimento, formicolio, dolore, soprattutto notturni.

Il nervo mediano dà rami sensitivi a tutta la superficie palmare delle prime tre dita della mano, più metà del quarto dito. Proprio in queste zone si percepiscono i sintomi di intorpidimento, formicolio, dolore, soprattutto notturni.

 

L’indagine strumentale di primo livello che può già fare diagnosi certa di sindrome del tunnel carpale è certamente l’elettroneuronografia/elettromiografia. Gli studi elettrofisiologici, infatti, sono in grado di individuare specifiche alterazioni, che unitamente con i sintomi e i segni clinici rilevati dal medico sono sufficienti per la diagnosi. Altre indagini strumentali possono includere la Risonanza Magnetica, in particolare nei casi di lesioni occupanti lo spazio del tunnel carpale, o l’ecografia, come indagine complementare all’esame clinico e/o agli studi elettrofisiologici.

 

L’unico trattamento non invasivo, quasi un semplice accorgimento di buon senso, che ha dimostrato un beneficio è l’utilizzo di un tutore che permetta al polso di riposare in una posizione neutra. Molti soggetti riferiscono notevole beneficio nell’utilizzo di questi tutori, se utilizzati per almeno 3 settimane, soprattutto di notte. Si tratta di un trattamento non invasivo, a basso costo, senza effetti collaterali, che può rappresentare un valido approccio iniziale. Non ci sono evidenze che programmi specifici di stretching, ginnastica o massaggi possano migliorare la sintomatologia. Nemmeno accorgimenti posturali o posizioni ergonomiche del polso sul posto di lavoro hanno mostrato chiari benefici o un ruolo preventivo.

 

Il tutore, meglio se rigido, deve permettere al polso una posizione neutra o di lieve estensione, impedendone la flessione o l'eccessiva estensione. Il tutore è l'unico che di è dimostrato efficace, se utilizzato per almeno 3 settimane, in particolare di notte.

Il tutore, meglio se rigido, deve permettere al polso una posizione neutra o di lieve estensione, impedendone la flessione o l’eccessiva estensione. Il tutore è l’unico che di è dimostrato efficace, se utilizzato per almeno 3 settimane, in particolare di notte.

 

 

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Fonti e approfondimenti:

  • Adams and Victor Principles of Neurology, 10th edition, 2014
  • Neurologia, Bergmaini, 2011
  • L’esame neurologico, Prencipe, 2011
  • Medscape.com

 

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immagine di copertina, compressione del nervo nel tunnel, aree sensitive, tutore.

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Paralisi facciale di Bell

La paralisi di Bell è la più comune causa di paralisi facciale: circa 30 persone ogni 100.000 abitanti all’anno. Colpisce maschi e femmine in egual misura, spesso dopo i 40 anni, anche se è stato notato un aumento della frequenza durante il peri-partum. Anche se l’eziologia non viene riconosciuta nella maggior parte dei casi, si ritiene che il nervo facciale (VII nervo cranico) subisca un danno da parte di cause infettive, immunologiche, ischemiche o traumatiche, che determinano un improvviso indebolimento o paralisi dei muscoli di un lato della faccia. Questa condizione è per fortuna spesso temporanea, risolvendosi anche senza trattamento in pochi mesi nell’80% dei casi.

 

Anatomia del nervo facciale (VII nc). Evidente il decorso e le componenti funzionali.

Anatomia del nervo facciale (VII nc). Evidente il decorso e le componenti funzionali.

 

Eziologia

Come detto prima, nella maggior parte dei casi la causa precisa della paralisi spesso non è riconosciuta. La teoria più accreditata è che ci sia una infiammazione aspecifica del nervo che porta ad edema locale, demielinizzazione e ischemia. Ci sono delle evidenze che anche l’infezione da herpes virus tipo 1 (virus della varicella) potrebbe giocare un ruolo in alcuni casi. La paralisi facciale di Bell è frequente anche nei pazienti con disturbi immunitari, come infezione da HIV. Altri fattori di rischio includono gravidanza (nel periodo compreso tra due settimane prima e dopo il parto), diabete, ipertensione, sarcoidosi, tumori e la malattia di Lyme.

 

Segni e sintomi

La paralisi di Bell spesso presenta un esordio improvviso, che raggiunge la maggior gravità nell’arco di 48-72 ore. I segni e sintomi, che possono essere variabili nella loro presentazione e gravità, comprendono:

  • Debolezza o paralisi unilaterale;
  • Spianamento delle rughe della fronte, di quelle esterne dell’occhio, del solco naso-genieno, abbassamento dell’angolo della bocca;
  • Allargamento della rima palpebrale (lagoftalmo);
  • Impossibilità di sorridere, gonfiare la guancia, fischiare, protrudere le labbra;
  • Occhio o bocca secca;
  • Disgeusia, cioè l’alterazione del gusto;
  • Tinnito e peracusia dolorosa: i suoni acuti determinano dolore, a causa del venir meno del riflesso stepediale;
  • Cefalea;
  • Difficoltà alla deglutizione.

 

Quale lato è colpito dalla paralisi?  Lo si capisce dallo spianamento delle rughe della fronte, dell'angolo esterno dell'occhio, l'impossibilità a chiudere l'occhio, lo spianamento della piega naso-geniena, l'abbassamento dell'angolo della bocca. Tipico aspetto ispettivo del paziente con paralisi di Bell. Il lato colpito è il sinistro!

Quale lato è colpito dalla paralisi? Lo si capisce dallo spianamento delle rughe della fronte, dell’angolo esterno dell’occhio, l’impossibilità a chiudere l’occhio, lo spianamento della piega naso-geniena, l’abbassamento dell’angolo della bocca. Tipico aspetto ispettivo del paziente con paralisi di Bell. Il lato colpito è il sinistro!

 

La sindrome di Ramsay-Hunt

Questa sindrome è una condizione rara che consiste in una paralisi di Bell classica che segue una riattivazione del virus della varicella (volgarmente, fuoco di Sant’Antonio). L’incidenza annuale è di 5 persone ogni 100.000 abitanti, principalmente dopo i 60 anni. Questa sindrome, oltre i sintomi e segni citati prima, include classicamente una reazione eritematosa, dolorosa al padiglione auricolare e spesso al canale auricolare esterno. Questo rush può coinvolgere anche la bocca, il palato molle e la porzione superiore dell’esofago. Anche la sindrome di Ramsay-Hunt può presentare tinnito, così come otalgia, anche riferita al collo, iperacusia dolorosa, vertigini e, raramente, disgeusia.

 

La paralisi bilaterale

La paralisi bilaterale con il fenomeno di Bell si verifica nell’1% dei pazienti. Il fenomeno di Bell consiste nell’incapacità di chiudere gli occhi completamente con il bulbo oculare che ruota verso l’alto. Spesso la paralisi bilaterale è idiopatica, anche se vanno escluse la sindrome di Guillain-Barré, la malattia di Lyme, la carcinomatosi e il linfoma.

 

Diagnosi: paralisi centrale o periferica?

La diagnosi della paralisi di Bell è clinica, dopo aver escluso cause potenziali di paralisi di Bell. Quindi analisi di laboratorio non sono indicate.

La prima considerazione clinica da fare è differenziare la paralisi centrale da quella periferica. Qualsiasi lesione che colpisce le vie a monte del nucleo motore del settimo nervo cranico, come ictus, tumori, lesioni demielinizzanti, può causare una paralisi centrale. Lesioni che, invece, colpiscono il ponte, il bulbo o le vie a valle del nucleo motore del nervo possono causare una paralisi periferica. Tra queste annoveriamo i traumi facciali, la sindrome di Ramsay-Hunt, il diabete, la sarcoidosi, la malattia di Lyme, otite media o infezioni mastoidee, linfomi, meningite.

 

Schema delle proiezioni corticali al nucleo motore del nervo facciale. La metà superiore del nucleo riceve proiezioni da entrambi gli emisferi cerebrali, mentre la metà inferiore solo da un lato.

Schema delle proiezioni corticali al nucleo motore del nervo facciale. La metà superiore del nucleo riceve proiezioni da entrambi gli emisferi cerebrali, mentre la metà inferiore solo da un lato.

 

La paralisi centrale è caratterizzata da un interessamento solamente della muscolatura inferiore del viso, mentre la paralisi periferica da un coinvolgimento anche della parte superiore. Un test clinico molto semplice per differenziare le due entità è quello di chiedere al paziente di corrugare la fronte: se la lesione è centrale il paziente sarà in grado di farlo, mentre se è periferica la fronte non si corrugherà.

                                                                                                                                      

Trattamento

Sebbene, come detto, la paralisi si risolve spontaneamente nell’80% dei casi, esistono dei trattamenti che riducono la sintomatologia, facilitando un recupero più rapido. Innanzitutto occorre proteggere l’occhio dall’eccessiva secchezza, soprattutto di notte. È importante, quindi, utilizzare una benda che faciliti la chiusura dell’occhio e impiegare preparati che possano lubrificare la congiuntiva e la cornea. Se la paralisi viene diagnosticata nei primi quattordici giorni può essere utile ricorrere alla terapia cortisonica che riduce l’edema infiammatorio e facilità il recupero spontaneo. Nel caso, invece, il medico sospetti una riattivazione del virus della varicella, potrebbe prescrivervi un farmaco che impedisca al virus di replicarsi e quindi riduca il rush, il dolore, favorendo una guarigione più rapida. Naturalmente è prerogativa del Medico di Medicina generale o specialista neurologo la valutazione della situazione clinica e l’eventuale conseguente scelta terapeutica più adatta.

 

 

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Fonti e approfondimenti:

  • Adams and Victor Principles of Neurology, 10th edition, 2014
  • Neurologia, Bergmaini, 2011
  • L’esame neurologico, Prencipe, 2011
  • Medscape.com

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Le immagini sono state recuperate da siti internet che trattano la patologia della paralisi facciale, senza scopo di lucro, solo a titolo dimostrativo ed informativo.

immagine di copertina, anatomia nervo faccialeschema proiezioni nervose, disegno paralisi facciale.

 

ATTENZIONE! Bussola Medica NON dà consigli medici.

Le informazioni sopra riportate e tutti gli articoli del blog hanno solo un fine illustrativo: non costituiscono un consiglio medico, né provengono da prescrizione specialistica. Essi hanno lo scopo di spiegare tematiche mediche in modo comprensibile a tutti, senza, però, avere la presunzione di esaurire l’argomento in poche righe. Vi invito a rivolgervi al proprio medico curante, ai farmacisti e a tutti gli altri specialisti qualificati per chiarire qualsiasi dubbio riguardante la vostra salute. Il rapporto di fiducia, di stima reciproca e di confidenza tra medico e paziente deve essere sempre coltivato e salvaguardato con il massimo impegno possibile.

 

 

Medichese: dispepsia

Difficoltà di digestione. Digestione lenta. Dolore nella parte superiore dell’addome. Bruciore allo stomaco. Rigonfiamento intestinale. Senso di ripienezza dopo pranzo. Sazietà precoce. Sensazione di malessere addominale. Nausea, vomito. Sono sintomi che la maggior parte delle persone lamentano, per fortuna saltuariamente. In alcuni casi, però, possono presentarsi con frequenza o addirittura essere giornalieri. Sono disturbi molto diversi tra loro, ma che rientrano tutti nel termine dispepsia.

 

Cos’è la dispepsia?

Dispepsia deriva dal greco “dys”, difficile, e “pepsis”, digestione.

Si tratta, in realtà, di un termine generico che racchiude in sé diversi sintomi più o meno precisi, riferibili a disfunzioni digestive a vario livello. È possibile distinguere, infatti, una dispepsia primitiva, prettamente gastrica, da una secondaria, che può originare da disturbi extra-gastrici coinvolgenti l’esofago, il duodeno o la colecisti.

 

Tipi di dispepsia

Sia essa primitiva o secondaria, la dispepsia può essere causata da un’alterazione fisica di un organo (dispepsia organica), oppure da una sua alterata funzione (dispepsia funzionale). Il substrato organico di una dispepsia primitivamente gastrica potrebbe essere rappresentato da infiammazioni della mucosa dello stomaco o del duodeno (gastriti, duodeniti), da ulcere gastriche o duodenali, finanche alla malaugurata presenza di un tumore gastrico. Una dispepsia di origine extra-gastrica, invece, potrebbe essere causata da patologie di altri organi dell’apparato digerente, quali la colecisti (ad esempio la presenza di calcoli al suo interno), il pancreas, il fegato, oppure da patologie extra-digestive come ad esempio lo scompenso cardiaco.

La dispepsia gastrica, la più frequente, potrebbe originare da una alterazione della motilità dello stomaco oppure dalla alterazione secrezione dei succhi gastrici. Essa può essere caratterizzata da dolore, crampi, bruciore post-prandiale alla parte superiore dell’addome, oppure senso di peso e di digestione lenta.

La dispepsia biliare è caratterizzata da una alterata produzione e/o escrezione della bile, che può originare da patologie a carico del fegato, oppure da disturbi nella motilità della colecisti. Tipico di questa dispepsia è la digestione laboriosa, la nausea, il sapore amaro in bocca, la sonnolenza post-prandiale.

La dispepsia intestinale, invece, può originare da un’alterazione della flora batterica intestinale o da un difetto nell’assorbimento dei cibi. Flatulenza, turbe dell’alvo, dolore addominale e alterazione delle feci ne sono i caratteri principali.

 

Quando rivolgersi al medico?

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I sintomi dispeptici, anche se frequentemente lamentati, sono altamente aspecifici, cioè possono essere imputabili a molti disturbi gastroenterologici o di altra natura. Per fortuna, raramente rappresentano manifestazioni di una patologia severa. È sempre utile, in ogni caso, confrontarsi con il proprio Medico di Medicina Generale, confidando le proprie eventuali difficoltà digestive, anche occasionali. Se i disturbi digestivi compaiono saltuariamente, magari in concomitanza con pasti particolarmente abbondanti o ricchi di cibi grassi, allora questi potrebbero essere verosimilmente benigni e senza particolare rilievo. Qualora, invece, i disturbi siano frequenti, finanche giornalieri, compaiano in concomitanza dell’assunzione di un particolare tipo di cibo, alterino la qualità della vita oppure siano associati ad altri disturbi intestinali o alla comparsa di vomito, sangue o muco nelle feci, diarrea, allora è bene rivolgersi al medico per una valutazione più approfondita.

 

Aiutare la propria digestione

Lo stomaco impiega circa 2-3 ore per ultimare la prima parte della digestione e svuotarsi completamente. I pasti abbondanti, quindi, soprattutto se ricchi in grassi, rallentano lo svuotamento gastrico, causando il classico senso di ripienezza post-prandiale. Non è necessario seguire particolari diete, è sufficiente non abbuffarsi, privilegiando cibi leggeri, limitando l’introito di cibi grassi come formaggi, uova, burro. Evitare di accompagnare il pasto con bevande gassate, preferendo acqua naturale in quantità non eccessive. È importante masticare a lungo: la masticazione permette di sminuzzare il cibo, facilitando la digestione gastrica, e amalgama il cibo con la ptialina, sostanza prodotta dalle ghiandole salivari che inizia la digestione, in particolare dei carboidrati. Spezzare la mattina e il pomeriggio con una spuntino di frutta fresca, per evitare di giungere al pasto principale troppo affamati. Mangiare con calma, evitando di svolgere altre attività durante il pasto. Non coricarsi a letto o distendersi sul divano subito dopo il pasto: preferire una leggera comminata per favorire la digestione e il transito intestinale.

 

Esiste una cura per la dispepsia?

La valutazione medica è imprescindibile per un corretto inquadramento dei disturbi e per un’eventuale approfondimento con esami strumentali o laboratorisitici. Esistono, inoltre, farmaci che favoriscono la digestione e il transito intestinale. Tuttavia nella maggior parte dei casi un corretto stile di vita e semplici accorgimenti di buon senso, come quelli elencati sopra, sono sufficienti per risolvere.

 

Da evitare

Evitate l'automedicazione: consultato prima il vostro medico!

Evitate l’automedicazione: consultate prima il vostro medico!

Non allarmatevi per disturbi che sono lievi, saltuari, dettati, magari, da una particolare situazione di stress lavorativo o familiare: cercate di dedicare del tempo al vostro pasto. Evitate, d’altro canto di sottovalutare sintomi frequenti ed invalidanti. Assolutamente da evitare l’automedicazione: non assumete troppo spesso farmaci contro l’acidità di stomaco come l’idrossido di magnesio o di allumminio, l’algeldrato, il sucralfato; oppure farmaci inibitori di pompa protonica come l’esomeprazolo, l’omeprazolo, il lansoprazolo, il pantoprazolo. Questi ultimi, anche se farmaci “da banco” andrebbero assunti sempre su prescrizione e previa consultazione del medico, che valuterà prima con attenzione i vostri sintomi ed eventualmente deciderà di approfondire con ulteriori indagini, per evitare di sottovalutare i disturbi ed impedire che i farmaci mascherino un quadro grave.

In conclusione

  • Non allarmatevi per questi sintomi, specie se avete meno di 45-50 anni;
  • Non è necessario eseguire subito esami;
  • Parlatene al vostro Medico Curante.

 

 

Fate attenzione: questo è un blog esclusivamente divulgativo.

Non è nostra intenzione proporre possibili diagnosi o terapie. Gli articoli che pubblicheremo hanno lo scopo di spiegare tematiche mediche in modo comprensibile a tutti, senza, però, avere la presunzione di esaurire l’argomento in poche righe e senza dare alcun tipo di consiglio medico. Vi invitiamo a rivolgervi al proprio medico curante, ai farmacisti e a tutti gli altri specialisti qualificati per chiarire qualsiasi dubbio riguardante la vostra salute. Il rapporto di fiducia, di stima reciproca e di confidenza tra medico e paziente deve essere sempre coltivato e salvaguardato con il massimo impegno possibile.

 

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L’informazione consapevole: istruzione per l’uso

La Bufala è servita: tra scienza e pseudoscienza

L’informazione consapevole: istruzioni per l’uso

Udine, 24 Maggio 2014 – Sala della Contadinanza

 

L’incontro è stato introdotto dalle allettanti parole della moderatrice, Simona Regina, giornalista freelance che scrive per importanti testate nazionali e collabora con Radio Rai del Friuli Venezia Giulia. “L’informazione consapevole: istruzioni per l’uso. Ovvero un’occasione di dibattito e di confronto, per capire come rimanere a galla, come affrontare il mare magnum della comunicazione, ma soprattutto per capire come armarsi, come tutelarsi per riconoscere le notizie vere, attendibili da quelle false, insomma, come non abboccare alle bufale, che sempre più spesso ci vengono propinate. Notizie che ci vengono presentate su un piatto d’argento, travestite da buoni consigli o da cure miracolose, dalla stampa, dalle televisioni, da internet, ma anche dal passaparola. Molte volte, infatti, i nostri amici, i nostri vicini di casa ci raccontano di aver scoperto come risolvere problemi di salute o ambientali. Difendersi dalla bufale è possibile grazie al contributo dei nostri ospiti: Sergio Maistrello, giornalista e consulente freelance, fondatore e organizzatore di “State of the Net”, conferenza internazionale sullo stato dell’arte di internet e sull’impatto che ha internet nella nostra società. Alice Pace, giornalista scientifica freelance, collaboratrice di Wired. Sonia Zorba, studentessa di tecnologie web e multimediali all’Università degli Studi di Udine e blogger che è diventata molto conosciuta grazie ad un suo interessante post. Davide Anchisi, medico, ricercatore e docente di neuroscienze e neurofisiologia all’Università degli Studi di Udine.

 

Da sinistra a destra: Davide Anchisi, Sonia Zorba, Simona Regina, Alice Pace, Sergio Maistrello

Da sinistra a destra: Davide Anchisi, Sonia Zorba, Simona Regina, Alice Pace, Sergio Maistrello

 

Saluti delle Autorità:

dott.ssa Giada Rossi, Presidente di Kaleidoscienza (organizzatore locale)

Benvenuti da parte di Kaleidoscienza, è la seconda edizione di una manifestazione nazionale che porta all’attenzione dell’opinione pubblica il tema della disinformazione scientifica. Un grazie a voi che partecipate numerosi, ai nostri relatori e a chi ha sostenuto la manifestazione: Comune di Udine, Ordine dei Veterinari di Udine, che hanno patrocinato l’iniziativa. Grazie ai nostri sponsor: BBC Banca di Udine, l’Associazione M.A.S.C.K. – Monteprato Associazione Sportiva Culturale Karnize. Moroso, sponsor tecnico. Libreria Tarantola, che ha fornito la bibliografia dei libri di approfondimento sull’argomento.

Abbiamo voluto organizzare non una conferenza, ma un dibattito, in cui le vostre domande sono benvenute, oltre che necessarie per realizzare un dibattito sereno in un tema così importante per noi, come l’informazione scientifica. Questa dev’essere un’occasione per iniziare il vostro, nostro percorso nell’informazione consapevole.

 

dott. Alessandro Venanzi, Assessore al Commercio e al Turismo, Comune di Udine

Porto il saluto del Comune, è un piacere essere qui. Personalmente posso dire che, avendo una ricercatrice in casa, ho vissuto in prima persona come il tema dell’informazione è davvero caldo e importante. L’informazione è importante non solo per noi, ma anche per sostenere la ricerca in generale, perché senza la ricerca non c’è futuro, per nessuno.

 

Sala della Contadinanza, pubblico presenta appena prima dell'inizio.

Sala della Contadinanza, pubblico presenta appena prima dell’inizio.

 

Vorrei cominciare – ha detto Simona Regina, introducendoci nell’argomento ancora più a fondo – citando Mauro Giacca, direttore del Centro Internazionale di Ingegneria Genetica e Biotecnologie di Trieste, che proprio questa settimana sulle pagine de Il Piccolo, quotidiano locale, scriveva: “Combattere l’attivismo dei disinformati con altrettanto attivismo da parte degli informati a furia di tweet, like e sfilate per le strade, potrebbe essere una delle vie praticabili per risalire la ragionevolezza di questo Paese”. Si diceva sconsolato dai continui bombardamenti mediatici, che tentano di convincerci che l’alimentazione vegana possa guarire il cancro, o che un test genetico possa aiutarci a risolvere il problema della cellulite. Sottolineava l’importanza di mettere in guardia le cittadine e i cittadini dai danni causati da alcuni programmi televisivi e altri strumenti di comunicazione che promuovono false cure e rimedi contro innumerevoli malattie, per le quali al momento non esistono cure valide. Parla di stupidario pseudoscientifico: perché continua a diffondersi nel nostro Paese? È possibile difenderci? Come possiamo non abboccare alla pseudoscienza?

 

Alice Pace cercherà di farci riconoscere i modi ricorrenti con i quali le bufale tipicamente nascono, prendono piede, si sedimento nella società, nel nostro cervello, diventando difficile da sradicare.

 

La scienza nei media: come si schivano le bufale

Alice Pace, ha iniziato l’argomento con una domanda stuzzicante: Cos’è una bufala? Perché si chiama così? Si chiama così, spiega, dall’espressione “menare per il naso come una bufala”, ovvero menare l’interlocutore fuori e dentro il recinto, come si faceva una volta con i buoi. Quindi bufala significa “presa per il naso, per i fondelli”. Vuol dire qualcosa di falso, di artefatto o di tendenzioso.

Alice Pace ci ha lasciato a bocca aperta quando ci ha presentato “Le cinque domande della bufala”:

Chi lo dice?

Se un comico ci racconta che una palla di plastica con all’interno delle particelle ceramiche (Bio-Washball) emana dei raggi infrarossi all’interno della nostra lavatrice permettendo una pulizia e una sterilità completa, rendendo inutile l’uso di qualsiasi detersivo, la prima domanda che dovremmo farci è: possiamo fidarci? Chi è lui per dirci sostenere l’efficacia di questo strumento? È un fisico? Un chimico?

In sostanza, quando ci troviamo di fronte ad una notizia scientifica e di innovazione tecnologica dovremmo chiederci: chi lo dice, è un esperto oppure no? Dobbiamo verificare la fonte dell’informazione e non fidarci di tutto quello che ci viene detto da una persona, che pure ci sta simpatica o ci fa ridere.

 

Come lo dice?

La relatrice ha portato l’esempio dell’omeopatia, perché spesso i diffusori di bufale utilizzano molte metafore per presentare un concetto, oppure un linguaggio troppo tecnico, ma montato senza alcuna logica. Noi rimaniamo ammaliati dalla loro fantasia e ci caschiamo. L’esempio dell’omeopatia si basa su un concetto molto astratto, la cosiddetta “memoria dell’acqua”. Si tratta di preparati diluiti all’ennesima potenza, in cui le molecole d’acqua si ricorderebbe del principio attivo con cui sarebbero venute a contatto anche secoli prima, e curerebbero anche se diluite. Concetto che, in realtà, è stato sbufalato da tempo dagli esperti.

Cercate, quindi, sempre la logica del perché e del come una novità scientifica dovrebbe funzionare.

 

È una soluzione facile a un grande problema?

Per esempio, la dieta vegana, che viene oggi pubblicizzata da alcune trasmissioni come cura per il cancro, non è dimostrata essere l’unico strumento per guarire dai tumori. Un’alimentazione bilanciata è sicuramente uno strumento di prevenzione contro i tumori, concetto sostenuto anche dalla medicina ufficiale, ma di lì a considerarla come unica cura per il cancro, ne passa.

Se fosse vero, sarebbe una soluzione meravigliosa ad una serie di brutte malattie per cui oggi non esiste ancora una soluzione definitiva.

 

C’è un complotto?

Ogni bufala che si rispetti ha il suo acerrimo nemico. Di solito qualche cospirazione globale, le lobby dei farmaci, professoroni che vogliono difendere il proprio nome.

Un esempio calzante sono le scie chimiche. Tutti noi vediamo in cielo le scie di condensa degli aerei, ma alcune persone credono e pubblicizzano che queste scie contengono delle sostanze che sono sparse in cielo per far ammalare le persone di tutto il mondo. Questa idea è stata distrutta da ogni lato da esperti fisici, meteorologi, piloti di mezzo mondo, ma continua a riproporsi a distanza di anni.

Quindi quando sentiamo urlare “al lupo!”, “Ci sono i poteri forti!”, cerchiamo di capire il reale interesse in gioco.

 

La ricetta è segreta?

Quando siamo di fronte ad un’innovazione tecnologica che rientra nelle bufale, non vi è mai trasparenza, né condivisione con la comunità scientifica. Un esempio è l’E-Cat: un imprenditore e un fisico avrebbero inventato delle scatolette che fornirebbero energia pulita a basso costo, in eterno, grazie a delle reazioni chimiche che però non sono conosciute a fondo da nessuno, se non a loro.

 

Esempio pratico per ripassare queste cinque domande, leggiamo con attenzione queste parole:

Con il mio metodo innovativo le persone possono guarire da oltre cento malattie neurodegenerative, autoimmuni e dal cancro. Solo che non segue alcuna ricetta che può essere resa pubblica, altrimenti altri tenteranno di venderlo!

 

Chi potrebbe averlo detto?

Proprio lui, il Prof. Davide Vannoni, fondatore di Stamina.

Chi lo dice? È un esperto del settore?

Vannoni è sì un Professore. Ma è laureato in lettere, insegnante di psicologia. Esperto di marketing. Cosa può saperne di medicina e di malattie neurodegenerative e cancro? Forse un po’ poco…

Come lo dice?

Starnazzando parole anche tecniche, senza unirle con un nesso logico e senza rispondere a semplici domande, tipo: Come? Perché?

È una soluzione facile a un grande problema?

A detta di Vannoni, sì: soluzione a molte, troppe malattie neurodegenerative inguaribili, per ora.

C’è un complotto?

Assolutamente sì. La lobby farmaceutica si sente minacciata dal suo metodo, che porterebbe ad un crollo delle vendite dei farmaci.

La ricetta è segreta?

Inizialmente la ricetta era segreta e si ipotizzava l’esistenza di un brevetto che, in realtà, non esisteva. Poi è saltata fuori una collaborazione con azienda farmaceutica, che ha protetto la ricetta con un segreto aziendale. In altre interviste Vannoni ha riferito come in realtà Stamina non segue alcuna ricetta.

 

Alice Pace, infine, ha lasciato i presenti con una domanda ancora più stuzzicante di quella iniziale: perché ci abbocchiamo?

 

Dietro una bufala – ha ripreso le fila la moderatrice – c’è sempre qualcuno che la mette in piedi per incompetenza o per interesse personale. Il problema è che, anche se la bufala viene smentita e screditata, una volta che si sedimenta nelle nostre idee è veramente difficile sradicarla. Per esempio – continua la Regina – un gruppo di pediatri e di ricercatori di Scienze Politiche, hanno condotto una ricerca, coinvolgendo circa 2.000 genitori per testare quali potessero essere i messaggi più efficaci per promuovere campagne pro-vaccino. Il problema del rapporto tra vaccini e autismo è annoso, nonostante la comunità scientifica abbia più volte dimostrato la sua inconsistenza. L’esito della ricerca ha dimostrato che è difficile sradicare le convinzioni personali. I ricercatori hanno fornito ai genitori molti strumenti d’informazione, ad alcuni venivano consegnati opuscoli con argomenti dettagliati e precisi, sottolineando l’assenza di nesso tra trivalente e autismo. Altri opuscoli che sottolineavano i pericoli delle malattie in caso di assenza di vaccinazione. Altri ancora foto che mostravamo bambini sofferenti per le malattie sviluppate in assenza di vaccinazione. I ricercatori hanno visto che è possibile essere così efficaci da far cambiare idea ai genitori.

 

Ma perché abbocchiamo, allora, alle false dicerie? Prova a spiegarcelo il Prof. Davide Anchisi.

 

Ragione e pregiudizio: la logica dell’incertezza di fronte all’informazione

Davide Anchisi ha sviluppato un intervento sensazionale, estremamente interattivo con immagini, illusioni ottiche, filmati e audio, che hanno dimostrato le molte falle del nostro cervello quando si trova a dover esplorare la realtà.

C’è un forte parallelismo tra la percezione e i nostri giudizi, spiega Anchisi, perché percepire significare costruire un’immagine della realtà. Farci un’opinione partendo dalle informazioni che riceviamo e costruirci un immagine del mondo partendo dai nostri sensi percettivi sono due processi molto, molto simili.

Se parliamo di percezione, dobbiamo pensare ad un sistema, quello del Sistema nervoso, che si è evoluto nel corso di milioni di anni allo scopo di avere una percezione ottimale. Tuttavia, l’informazione che riceviamo dal mondo esterno non è mai diretta. Non abbiamo mai un accesso diretto alla realtà, questo è sempre mediato da qualcuno che ci racconta qualcosa. Le informazioni percettive si fermano sui nostri organi di senso: la luce si ferma sulla retina, ad esempio, non arriva direttamente al cervello. Dunque è potenzialmente alterata. Inoltre la nostra percezione è incompleta, sempre parziale. Così come le informazioni scientifiche sono mediate da qualcuno che le racconta.

Con la conoscenza dobbiamo ogni giorno giungere ad una decisione in tempi rapidi. Questo è palese per la percezione: se sono in un bosco buio, e mi sembra di veder muoversi qualcosa al suolo, scappo per paura che sia un serpente velenoso, quando in realtà sarebbe potuto essere un semplice ramo. Quindi anche con poche informazioni io devo arrivare alla mia decisione.

Per quanto riguarda le scelte che facciamo con il sistema percettivo e i giudizi che elaboriamo, abbiamo un sistema che lavora in automatico. La differenza è che mentre per la percezione i sistemi si sono raffinati nel corso dell’evoluzione e quindi sono arrivati a un grado di ottimizzazione massimo; per i sistemi di giudizio il nostro cervello utilizza dei sistemi generici, che quando funzionano in automatico, in realtà funzionano solo per alcune cose per cui si sono calibrati nel corso degli anni.

Cosa vuol dire fare una scelta automatica? Nel caso di un’informazione ambigua, usiamo il contesto per guidare le nostre decisioni, risolvendo le ambiguità che si presentano davanti a noi. Anche nel caso di informazioni non chiare, il nostro sistema automatico ci spinge a fare una scelta.

Il Sistema Nervoso ha degli automatismi perfezionati per la percezione o per situazioni standard. Per i giudizi su opinioni o teorie, come facciamo ad avere un sistema per valutare l’affidabilità? Il nostro sistema è nato prima che potessimo confrontarci con opinioni o teorie moderne. Allora come facciamo? O usiamo gli automatismi o un sistema analitico. Quest’ultimo è faticoso da utilizzare, quindi di solito ricorriamo agli automatismi. Questo ci porta ad avere delle risposte automatiche a stimoli diversi. Il problema del sistema automatico è che date diverse informazioni arriveremo sempre ad un unico giudizio. Ora, se noi facciamo una domanda sbagliata al nostro sistema, la risposta automatica sarà una risposta ad un’altra domanda, non a quella più importante.

Ad esempio, se voi dovete scegliere se votare un candidato o meno, come lo fate? Si è visto che al 70% il voto dipende dalla faccia del candidato. Perché noi vediamo una persona, e decidiamo guardandola se ci piace o meno, se possiamo dargli fiducia o meno. Questo funziona benissimo per ciò cui il Sistema Nervoso è stato creato: se ci troviamo nella savana e incontriamo uno sconosciuto, solo guardandolo in faccia possiamo decidere se fidarci o no. Ci sono molti studi che dimostrano come le caratteristiche del volto ci ispirano più o meno fiducia. Visto che non abbiamo altre informazioni oltre il volto, dobbiamo decidere in base a quello, non abbiamo altra possibilità. Se io chiedo al mio sistema automatico “Posso fidarmi di quella persona?”, lui risponderà bene. Ma se gli chiedo “Gestirà bene la cosa pubblica?”, il mio sistema avrà delle difficoltà e risponderà “Mi fido”, ma alla domanda sbagliata, non a quella a cui sto cercando risposta. I sistemi automatici di cui il nostro sistema nervoso si serve, in conclusione, sono fantastici per rispondere a quello cui sono stati programmati, ma se chiedo a loro un’altra domanda, la risposta che esce è sbagliata.

 

Davide Anchisi ha sottolineato – dice la moderatrice – come la nostra conoscenza sia sempre mediata. Ma allora, da cittadini, come facciamo a distinguere le fonti, soprattutto sulla rete? Internet ha cambiato la fisionomia del mondo dell’informazione, e chi meglio di Sergio Maistrello potrà aiutarci a capire il meccanismo di diffusione delle informazioni e quali strumenti utilizzare per capire se una fonte è attendibile oppure no.

Le notizie corrono sui social: come riconoscere quelle corrette

Sergio Maistrello ha condotto un intervento preciso puntale, ma anche ricco di umorismo sottile. Nella sua premessa di metodo spiega come lui sia “una persona orribile”. Maistrello è uno di quelli che se vede o sente una bufala, si mette in gioco e cerca di sbugiardarla, dimostrandone l’infondatezza. Sergio crede fermamente che sia dovere di tutti noi fermare sul nascere le bufale. Se qualcuno si arroga il diritto di mettere in giro informazioni false, che indeboliscono il sistema, anche noi abbiamo il diritto di smentire quelle notizie false, facendo fare anche una magra figura a chi le diffonde.

(Foto di Panda) “Appartengo ad una specie protetta: sono uno dei pochi giornalisti, in Italia, che è entusiasta di internet e che pensa che sia un bene se tutti diventiamo un po’ giornalisti”. Secondo Maistrello, però, ci deve essere un metodo: il metodo giornalistico. Questo deve essere regalato a tutta la società, deve essere un antidoto contro la superficialità, gli inganni o semplicemente la confusione. Questo molto spesso non basta. I primi a sbagliare, ogni giorno, sono proprio i giornalisti: Sergio porta diversi esempi, corredati da immagini, di clamorosi errori giornalistici. I giornalisti, come noi stessi, hanno fretta di condividere, comunicare, senza però, molto spesso, verificare adeguatamente le fonti. Questo è sbagliato.

Le bufale sono burle, truffe, passaparola che per strada hanno perso dei pezzi o si sono arricchite di fantasie. Oppure sono vere e proprie teorie complottistiche: siamo fatti, come uomini, per unire i punti, ma per farlo dobbiamo avere delle fonti affidabili, un metodo che ci permetta di farlo in maniera sicura, senza cadere in tranelli.

Che male c’è a condividere su internet, sui social, qualche bufala? A volte sono divertenti e basta. Altre volte creano dei danni, magari ad aziende cui vengono diffamati alcuni loro prodotti. A volte compromettono rapporti di lavoro, a volte mettono in crisi servizi pubblici: pensati agli appelli medici che intasano il centralino dell’Ospedale, che magari potrebbe servire per altro.

“Me l’ha detto un mio amico”: spesso crediamo alle bufale e le condividiamo perché ce l’ha detto un caro amico, un parente, quindi il meccanismo è molto legato a legami diretti, anche emotivi. Una volta c’era una divisione tra l’informazione ufficiale e quella che veniva dalle persone comuni, magari al bar. Con internet tutto questo assume una connotazione pubblica, visibile a tutti e diffondibile in brevissimo tempo. I social network fanno la differenza in questo: si basano sulla rete sociale. Questa fa la differenza: quando stiamo sui social dovremmo servirci degli strumenti di filtro che abbiamo a disposizione. Se ciascuno di noi compie un’operazione di selezione delle informazioni vere, scartando quelle false, che in questo modo non potranno diffondersi e non potranno fare danni, allora l’informazione in generale sarà affidabile. Se ciascuno di noi, invece, nel suo piccolo, farà male la propria parte, allora anche l’informazione ne risentirà decisamente.

Un aspetto spesso non è percepito: quello che condividiamo contribuisce a costruire o demolire la nostra reputazione. È una reputazione on-line, ma questa si traduce automaticamente in una reputazione reale. Se condividiamo informazioni non verificate, che si scoprono essere bufale, anche la nostra reputazione ne risentirà!

Una volta l’informazione era diversa: c’erano le fonti, che venivano lette e valutate attentamente dai giornalisti, i quali presentavano le notizie al pubblico. Nella rete tutto questo si confonde. Non è più una relazione a unico verso, ma a verso duplice, tutti sono in comunicazione con tutti: sono tutti un po’ fonti, un po’ giornalisti, un po’ pubblico.

Allora come fare?

Attenzione. Ci è richiesto un surplus di attenzione: in rete è necessario avere ancor più attenzione. Più le informazioni fanno leva sulla pancia, più è facile che siano imprecise o bufale.

Serve tempo. I giornalisti ci cadono perché manca il tempo, l’informazione è rapidissima adesso, bisogna comunicare tutto subito. Inoltre c’è un disperato bisogno di generare visite, nella logica del marketing e della pubblicità. Un meccanismo perverso, che nella rete serve a poco, ma pochi giornalisti sono in grado di comprenderlo, ancora.

Serve compassione. Umanità, comprensione, sul fatto che queste cose succedano: siamo imperfetti, tutti sono presi dalle bufale, è un fatto umano, una debolezza.

Fact checking: processo noto dall’Editoria “antica”, per cui tutti gli articoli venivano sottoposti ad un controllo accurato, scrupoloso. Questo adesso non si fa più per questione di costi, mentre oggi si utilizzano per verificare le dichiarazioni dei politici.

Se vogliamo che le nostre notizie passino facilmente dobbiamo dare delle informazioni per verificare le fonti. Solo così le notizie vere potranno diffondersi facilmente.

Come possiamo fare tutto ciò operativamente? Che sito posso usare? Il migliore, il più ricco di informazioni, ma anche il più pericoloso, è Google: cercare il nome, il luogo, il numero, un espressione, qualunque appiglio nella notizia, e cercare, frugare. Così come per le immagini: Google Immagini è un servizio tanto utile, quanto poco noto: è possibile caricare un’immagine e ricercarne di simili.

Il sito più importante che raccoglie bufale di ogni genere e le smonta pezzo per pezzo è Il Disinformatico, di Paolo Attivissimo. È utile leggere i suoi articoli anche perché può fornire un metodo personale al fine di smontare bufale con cui veniamo in contatto.

Da grandi poteri, grandi responsabilità” – così conclude Maistrello – oggi noi possiamo condividere i contenuti, facendoli arrivare in tutto il mondo. Insieme a questo enorme potere c’è l’onere e la responsabilità di essere accurati e precisi.

 

Sergio – riprende Simona Regina – ci ha trasmesso di dubitare e verificare le notizie troppo belle e allettanti. Sonia Zorba, continua la moderatrice, dal canto suo era preda dell’emotività, ma ha saputo fermarsi, e con freddezza compiere un percorso di informazione consapevole. Sonia, in un post del suo blog, diventato in breve tempo molto virale, ha spiegato il suo percorso di informazione che l’ha portata a cambiare idea.

 

La bufala come occasione di ricerca e approfondimento personale

Sonia Zorba parte proprio parlando del suo blog, che ha aperto per passatempo e che contiene questo breve post che ha raccolto numerose condivisioni in brevissimo tempo. Questa diffusione è dovuta al fatto che trattava della sperimentazione animale. All’epoca Sonia era fermamente contraria per motivi etici, ma la sua convinzione era supportata da una serie di dati, che poi si sono rivelati bufale.

Ad esempio era convinta di come gli animali siano troppo diversi da noi. “Non siamo ratti di 70 kg”, argomentazione che Sonia ha usato spesso per sostenere la sua posizione.

Grazie ad una discussione, avuta proprio tramite social network, con un suo amico Sonia si è resa conto di saperne molto poco della Sperimentazione Animale, e ha voluto informarsi di più e meglio, spinta anche dalla perdita di fiducia di alcuni gruppi animalisti, che si sono rivelati violenti e si sono dimostrati “cattivi animalisti”.

Una delle cose che più ha colpito la giovane relatrice, è che sarebbe bastato andare sugli stessi siti che si occupano di metodi alternativi, per rendersi conto di come, per loro stessa ammissione, i metodi alternativi non possano ancora sostituire integralmente la sperimentazione animale.

 

Sonia, dice Simona Regina, ha dubitato e ha verificato, percorrendo una strada che ci è d’esempio. A proposito di Stamina, citato prima, la moderatrice spiega al pubblico che fiori fior di scienziati, ricercatori veri, che pubblicano e diffondono la loro ricerca, si sono spesi per mettere in guardia malati e familiari, ma non è servito. Cosa possiamo fare, si chiede la Regina, come giornalisti, ricercatori e cittadini per proteggerci da questa informazione e caricare armi contro la cattiva scienza?

Secondo Alice Pace, nel caso di Stamina la voce degli scienziati è arrivata dopo che le immagini che facevano leva sui sentimenti si sono diffuse. Tutti noi abbiamo visto la disperazione dei malati prima delle vere informazioni scientifiche. Purtroppo il canale della pressione emotiva ha reso difficile far cambiare idea alle persone. Come giornalista, la Pace, suggerisce di arrivare prima, impedendo che le bufale prendano piede.

Secondo Maistrello, quando parte la storia fantastica, perfetta, che da speranza, che dice che esiste un complotto, è difficile controbattere. La chiave sarà comunicare con gli strumenti di oggi, non inseguendo le bufale ma prevenirle. Oggi le notizie sono la sensazionalità, molto meno la quotidianità. Il nostro grande contributo è fare ciascuno il proprio pezzettino e farlo in tempo reale, nel quotidiano, condividendo informazioni sane.

Dal punto di vista di Anchisi, che svolge il suo lavoro di ricercatore tutti i giorni, gli scienziati hanno difficoltà a comunicare il loro lavoro, perché sono abituati a pensare in modo razionale. Una difficoltà della ricerca è che cerca di trasmettere il proprio lavoro in modo razionale, ma il problema è che serve tempo per valutare le singole opzioni. Una pecca della comunicazione della scienza è proprio che ignora l’aspetto dell’empatia, evitando di usarla, continuando sulla strada della razionalità.

 

L’incontro è proseguito con una serie di interessanti e stimolanti dimostrazioni da parte del Prof Anchisi, che hanno dimostrato come la nostra percezione sia a volte fallace. E di come la nostra esperienza passata modula in maniera importante la nostra percezione attuale. Tuttavia, sottolinea Anchisi, non dobbiamo fidarci esclusivamente della nostra esperienza. È necessario essere sempre pronti e disponibili alle alternative. La cosa interessante, continua Anchisi, è che la nostra esperienza passata passa in secondo piano se cominciano a sedimentarsi prove successive.

 

L’incontro è decollato con una serie di domande molto interessanti da parte del pubblico che hanno stimolato il dibattito e hanno contribuito a comporre, a mio parere, tre messaggi molto chiari:

  1. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”, famoso detto che testimonia la difficoltà a farci cambiare idea. Possiamo evitare di essere sordi e ciechi mantenendo la guardia sempre alta per riconoscere eventuali bufale e per verificare le fonti delle informazioni.
  2. Anche i mezzi d’informazione ufficiali sbagliano clamorosamente. Un articolo scientifico pubblicato su un’autorevole rivista medica può trasformarsi in un clamoroso errore d’interpretazione. Ecco che quando sentiamo notizie che ci sembrano strane, dovrebbe risalire alla fonte, e leggerle all’origine.
  3. Abbiamo una grande fortuna: l’istruzione. Dovremmo servirci degli strumenti di base che ci hanno insegnato per partire dal presupposto che “tutto è potenzialmente una bufala”, siamo noi che dovremmo scoprire quale è effettivamente una bufala, da ciò che è vero. Di chi fidarsi, dunque? Secondo Alice Pace, di nessuno. Perché la cosa migliore è partire dal presupposto che tutto è falso e provare a dimostrare il contrario. Le fonti affidabili, però, ci sono: gli esperti, gli scienziati che tutti i giorni lavorano su determinate tematiche. Chiedere a chi di quella materia sa di più, ma non a uno, a diversi. La verità scientifica non può essere ricercata in un programma che fa varietà.

 

Come potrebbe essere resa più leggibile la ricerca per la cittadinanza? Chiede ai nostri relatori, Giada Rossi, Presidente di Kaleidoscienza e biotecnologa ricercatrice.

Secondo Anchisi, negli ultimi anni la comunità scientifica ha intravisto il problema e ha cominciato a chiedersi come divulgare i risultati in modo affidabile. Come? Innanzitutto insegnando agli scienziati a parlare con il linguaggio comune. In seconda battuta migliorare la sinergia con i giornalisti scientifici.

Secondo la moderatrice occorre lasciare più spazio nelle redazioni ai giornalisti scientifici, con cui i ricercatori camminano a braccetto: sono dei compagni di viaggio inseparabili.

Alice Pace ammette di aver sempre interagito positivamente con i ricercatori. Spesso sono strozzati a cercare fondi, ma sempre disponibili ad una chiacchierata. Secondo lei, i ricercatori dovrebbero rendersi ancora più disponibili ad un confronto con i giornalisti scientifici.

Secondo Maistrello la rete ci aiuterà, perché sarà sempre meno del giornalista tuttologo. È proprio il modello del giornalista tutto-fare che verrà meno. Ci sarà, secondo Maistrello, una grande necessità di informatori specializzati.

 

L’incontro si è concluso con l’invito rivolto ai relatori da parte di Simona Regina a lasciare una lista della spesa delle cose a cui fare attenzione per essere cittadini informati e consapevoli.

Secondo Sonia Zorba bisogna lasciare da parte le emozioni e ascoltare i pareri di chi la pensa diversamente. Inoltre: essere curiosi!

Secondo Anchisi tutti noi sbagliamo. Quindi sempre attenti a controllare le fonti, sempre attenti alla nostra esperienza, ma aperti a nuove informazioni. Anchisi conclude citando Faiman: “uno scienziato cerca la verità, ma lavora con il dubbio, che deve essere rimanere acceso come un campanello d’allarme”.

Per Alice Pace la ricetta è mettere le mani in pasta e sporcarsele, non sottrarsi ai confronti.

Mentre Maistrello ci invita a sfruttare meglio la rete: è facile, semplice, ma ci chiede di fare il contrario di quello in cui siamo istruiti a fare. Occorre riprendere in mano il nostro percorso di conoscenza, così come abbiamo imparato a svilupparlo da bambini.

 

Non nutriamoci di bufale, conclude la moderatrice Simona Regina, rimanendo nella metafora culinaria che da il titolo all’evento, ma di cultura, perché una società senza cultura rischia di essere dominata da false credenze e superstizioni.

 

Organizzatore locale: Kaleidoscienza. Coordinamento Nazionale: Italia Unita per la Scienza.

Organizzatore locale: Kaleidoscienza.
Coordinamento Nazionale: Italia Unita per la Scienza.

 

Visitate il sito di Kaleidoscienza e sostenete questa meravigliosa Associazione!

 

 

La Medicina è una scienza?

Cosa sia la medicina, in fondo, non se lo chiede nessuno, perlomeno nella quotidianità: che sia una scienza o un’opinione, l’importante è che guarisca, o curi.  Forse non se lo chiede nessuno perché è entrato nell’ideale comune il concetto – scontato, quasi – che la medicina sia a tutti gli effetti, una scienza esatta. Punto. Salvo poi scontrarsi con le diverse opinioni sulla stessa patologia: se la medicina è una scienza esatta, allora perché esistono diverse visioni in merito ad un aspetto particolare? In realtà sempre di più oggi il pensiero medico va uniformandosi, grazie alla letteratura scientifica, che rappresenta una solida base per costruire il proprio sapere e per sviluppare una corretta e vittoriosa pratica clinica.

Si tratta del concetto di Evidence Based Medicine = la medicina basata sull’evidenza dei fatti, delle prove, dei risultati scientifici verificabili da tutti, non su idee o opinioni.

Ma se volessimo speculare dal punto di vista filosofico, possiamo affermare che la medicina sia una scienza? Dalla risposta a questa domanda ne deriva anche una precisa concezione della medicina e dei suoi compiti/limiti. La maggior parte delle persone risponderà che sì, la medicina è una scienza. Di questo sono convinte non solo le persone comuni, ma anche molti addetti ai lavori; di conseguenza, che la medicina sia una scienza è spesso enfatizzata anche dai mass-media, televisioni o giornali che siano.

 

Così non è:

La medicina non è una scienza, è una pratica basata su scienze e che opera in un mondo di valori. È, in altri termini, una tecnica – nel senso ippocratico di techne – dotata di un suo proprio sapere, conoscitivo e valutativo, e che differisce dalle altre tecniche perché il suo oggetto è un soggetto: l’uomo.

(Giorgio Cosmacini, Il mestiere di medico, Raffaello Cortina Editore, 2000, p XI)

 

In questa frase ogni parola è selezionata e soppesata accuratamente.  Innanzitutto ci troviamo di fronte ad una disillusione: la medicina non è una scienza. La medicina è una pratica basata su scienze, è una professione che si esercita basandosi sui risultati ottenuti da studi scientifici. Essa non è di per sé una scienza, ma applica le conoscenze scientifiche all’oggetto di studio, l’uomo. Tuttavia esiste un’altra complicazione: non è una mera applicazione delle conoscenze scientifiche, ma è una professione immersa in un mondo di valori, cui la stessa medicina s’ispira e che deve rispettare, per il bene, in primis, del paziente.

 

Non a caso Ippocrate è ritenuto il padre della Medicina Occidentale: fu il primo a parlare di medicina come tecnica, nel senso di “mestiere”, “arte” di conservare la salute e curare le malattie. Ippocrate è il primo che va contro la visione sacra della medicina, contro l’idea che la salute fosse di prerogativa divina. Le tecniche, le arti, infatti, sono pratiche essenzialmente umane, non divine.

Medicina come tecnica, arte, di conservare la salute e curare le malattie.

Il medico ippocratico sostituisce il divino con la natura (physis): tutto, da Ippocrate in poi, è spiegato riferendosi alla natura, osservandone i comportamenti fisici. La Medicina Occidentale si è distinta fin dalle origini per l’attenzione quasi esclusiva per la parte corporea, a discapito di quella spirituale, oggetto, invece, della Medicina Orientale. Come tutte le tecniche, anche la medicina possiede un sapere teorico che si pone a fondamento della pratica. Cosmacini evidenzia l’autonomia di questo sapere: “suo proprio”, quasi a voler elevare le conoscenze mediche rispetto a quelle prettamente scientifiche. La medicina è figlia delle scienze di base, da esse trae insegnamento, ma da esse, nel contempo, se ne distacca, diventando autonoma. Questo sapere è teorico-pratico (“conoscitivo”), ma è anche “valutativo”, consentendo al medico di prendere delle decisioni in merito alla condizione di salute del paziente. È un sapere, cioè, che consente al medico di lavorare senza essere legato strettamente alle leggi di base, pur sfruttandone le proprietà.

 

La Medicina trae la sua linfa vitale direttamente dalle scienze esatte e dalle scienze mediche di base, che ne rappresentano le radici, per poi innalzarsi diventando autonoma e sviluppando un proprio sapere.

La Medicina trae la sua linfa vitale direttamente dalle scienze esatte e dalle scienze mediche di base, che ne rappresentano le radici, per poi innalzarsi diventando autonoma e sviluppando un proprio sapere.

 

La medicina, però, non si rende autonoma solo dalle scienze di base, ma anche da tutte le altre tecniche e arti; ciò che da esse la discosta è il suo oggetto di studio: l’uomo. Questo determina un recupero dell’aspetto “religioso” e filosofico. La medicina possiede, a tutti gli effetti, una speciale religiosità e una propria filosofia. Esiste una vera e propria religio medici, che “si estrinseca nell’antropologia del rapporto intersoggettivo tra curante e curato, tra medico e paziente: un rapporto “duale” […]”. Esiste anche un’anima filosofica della medicina: “il mestiere di medico aveva un proprio metodo (il metodo clinico), una propria episteme (una teoria della conoscenza scientifica), un proprio ordine morale […], una vera e propria concezione generale dell’uomo e del mondo (una visione eco-antropologica con l’individuo al centro del cosmo)”. “È chiaro che il miglior medico è sempre anche filosofo”, tale era il motto di Galeno, il più grande medico della Roma imperiale.

 

La medicina, dunque, deve riunire in sé sia l’aspetto materiale, sia quello spirituale. Deve occuparsi sia delle malattie, sia dei malesseri, perché “la condizione umana è fatta dell’una e dell’altra, è affetta da mali e afflitta da malessere; e il mestiere di medico è chiamato a cimentarsi con ambedue questi aspetti nei momenti cruciali della vita dell’uomo: la nascita, la malattia, l’infermità, l’invecchiamento, la morte”. Cosmacini prosegue, ancora, con delle meravigliose parole: “Il sapere-potere del mestiere, come non deve prescindere da una tecnologia efficiente ed efficace, così non può sottrarsi all’esigenza di una comprensione curativa globale dell’umanità del paziente. La qualità della cura è sperimentata da questi (dal paziente, ndr) anche in funzione di tale globalità”.

 

Oserei dire, parafrasando Kierkegaard de “Il diario di un seduttore”:

guarire la malattia è un’arte, curare l’animo un capolavoro.

 

Spunti in corsivo liberamente tratti e riadattati al concetto che voglio trasmettere da: Giorgio Cosmacini, Il mestiere di medico, Raffaello Cortina Editore, 2000.

 

Enrico Scarpis

 

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photo credit immagine di copertina.