Medicina Legale

La sindrome del tunnel carpale

La sindrome del tunnel carpale è un insieme di sintomi e segni caratteristici che si verificano quando il nervo mediano è compresso nel tunnel carpale. I sintomi classici includono intorpidimento, formicolii e dolore nel territorio di distribuzione del nervo mediano. Questi sintomi possono essere accompagnati da cambiamenti della sensibilità o della forza.

 

Agli inizi del Novecento si riteneva che la sindrome originasse da una compressione del plesso brachiale da parte delle prime coste o da altre strutture del collo anteriore, come i muscoli scaleni. Oggi è ormai noto che è coinvolto esclusivamente il nervo mediano, che è compresso nel suo passaggio attraverso il tunnel carpale, un canale che da passaggio al suddetto nervo e ad alcuni tendini che vanno dall’avambraccio al palmo della mano. Solitamente le fibre sensitive sono coinvolte per prime, ma anche le fibre autonomiche possono essere affette. La causa del danneggiamento delle fibre è ancora oggetto di dibattito: si ritiene che ci sia un aumento di pressione all’interno del tunnel carpale che ostacoli il deflusso venoso, che provochi edema e che in ultima istanza porti ad una lieve ischemia del nervo mediano.

 

Carpal_Tunnel_Syndrome

Il nervo mediano percorre il canale del carpo dall’avambraccio al palmo: in questo stretto ed inestensibile canale osseo-fibroso il nervo viene compresso, dando la classica sintomatologia.

 

La sindrome del tunnel carpale colpisce soggetti di età compresa tra i 45 e i 60 anni. I sintomi principali sono la perdita della forza prensile, l’intorpidimento, il formicolio e il dolore nel territorio di distribuzione del nervo mediano (prime tre dita della mano: pollice, indice, medio). Spesso questi sintomi compaiono di notte, possono essere tanto fastidiosi da svegliare il soggetto e spesso scompaiono muovendo la mano o il polso. A volte è lamentato anche un cambiamento nella sudorazione o nella percezione della temperatura (ad esempio la mano è percepita calda o fredda tutto il tempo).

 

Il nervo mediano dà rami sensitivi a tutta la superficie palmare delle prime tre dita della mano, più metà del quarto dito. Proprio in queste zone si percepiscono i sintomi di intorpidimento, formicolio, dolore, soprattutto notturni.

Il nervo mediano dà rami sensitivi a tutta la superficie palmare delle prime tre dita della mano, più metà del quarto dito. Proprio in queste zone si percepiscono i sintomi di intorpidimento, formicolio, dolore, soprattutto notturni.

 

L’indagine strumentale di primo livello che può già fare diagnosi certa di sindrome del tunnel carpale è certamente l’elettroneuronografia/elettromiografia. Gli studi elettrofisiologici, infatti, sono in grado di individuare specifiche alterazioni, che unitamente con i sintomi e i segni clinici rilevati dal medico sono sufficienti per la diagnosi. Altre indagini strumentali possono includere la Risonanza Magnetica, in particolare nei casi di lesioni occupanti lo spazio del tunnel carpale, o l’ecografia, come indagine complementare all’esame clinico e/o agli studi elettrofisiologici.

 

L’unico trattamento non invasivo, quasi un semplice accorgimento di buon senso, che ha dimostrato un beneficio è l’utilizzo di un tutore che permetta al polso di riposare in una posizione neutra. Molti soggetti riferiscono notevole beneficio nell’utilizzo di questi tutori, se utilizzati per almeno 3 settimane, soprattutto di notte. Si tratta di un trattamento non invasivo, a basso costo, senza effetti collaterali, che può rappresentare un valido approccio iniziale. Non ci sono evidenze che programmi specifici di stretching, ginnastica o massaggi possano migliorare la sintomatologia. Nemmeno accorgimenti posturali o posizioni ergonomiche del polso sul posto di lavoro hanno mostrato chiari benefici o un ruolo preventivo.

 

Il tutore, meglio se rigido, deve permettere al polso una posizione neutra o di lieve estensione, impedendone la flessione o l'eccessiva estensione. Il tutore è l'unico che di è dimostrato efficace, se utilizzato per almeno 3 settimane, in particolare di notte.

Il tutore, meglio se rigido, deve permettere al polso una posizione neutra o di lieve estensione, impedendone la flessione o l’eccessiva estensione. Il tutore è l’unico che di è dimostrato efficace, se utilizzato per almeno 3 settimane, in particolare di notte.

 

 

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Fonti e approfondimenti:

  • Adams and Victor Principles of Neurology, 10th edition, 2014
  • Neurologia, Bergmaini, 2011
  • L’esame neurologico, Prencipe, 2011
  • Medscape.com

 

Photo-credit:

Le immagini sono state recuperate da siti internet che trattano la patologia della sindrome del tunnel carpale, senza scopo di lucro e senza finalità promozionale, ma solo a titolo dimostrativo ed informativo.

immagine di copertina, compressione del nervo nel tunnel, aree sensitive, tutore.

ATTENZIONE! Bussola Medica NON dà consigli medici.

Le informazioni sopra riportate e tutti gli articoli del blog hanno solo un fine illustrativo: non costituiscono un consiglio medico, né provengono da prescrizione specialistica. Essi hanno lo scopo di spiegare tematiche mediche in modo comprensibile a tutti, senza, però, avere la presunzione di esaurire l’argomento in poche righe. Vi invito a rivolgervi al proprio medico curante, ai farmacisti e a tutti gli altri specialisti qualificati per chiarire qualsiasi dubbio riguardante la vostra salute. Il rapporto di fiducia, di stima reciproca e di confidenza tra medico e paziente deve essere sempre coltivato e salvaguardato con il massimo impegno possibile.

Sapete mantenere un segreto?

 

Vi sarà sicuramente capitato che qualche amico o parente vi abbia confidato un segreto. Vi sarà capitato, forse, di averlo spifferato. A volte inconsapevolmente, altre volte di proposito, altre volte ancora per quel gusto, un po’ disdicevole – a mio modesto parere, del pettegolezzo. Attenzione però al lavoro che svolgete: anche insospettabili impieghi potrebbero prevedere, per legge s’intende, il dovere di riservatezza. Insomma: potreste finire nei guai.

 

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Il dovere di riservatezza

La professione principe che prevede il dovere di riservatezza è senz’altro la professione medica. In realtà nessuna legge italiana lo prevede specificamente per il medico. Si tratta, più che altro, di un dovere morale: non rivelare senza motivo ciò che il paziente confida durante la raccolta della sua storia. Semplice buon senso, vi pare? A scanso di equivoci il Codice di Deontologia Medica prevede degli articoli ad hoc, come è giusto che sia.

 

“Ciò che io possa vedere o sentire durante il mio esercizio o anche fuori dell’esercizio sulla vita degli uomini, tacerò ciò che non è necessario sia divulgato, ritenendo come un segreto cose simili.”

Giuramento antico di Ippocrate

 

 

“Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro: […] di osservare il segreto professionale e di tutelare la riservatezza su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell’esercizio della mia professione o in ragione del mio stato; […]”

Giuramento moderno, FNOMCEO 2007

 

 

 

Art. 10 Segreto professionale

Il medico deve mantenere il segreto su tutto ciò che gli è confidato o che può conoscere in ragione della sua professione.

La morte della persona assistita non esime il medico dall’obbligo del segreto.

Il medico informa i collaboratori e discenti dell’obbligo del segreto professionale sollecitandone il rispetto.

La violazione del segreto professionale assume maggiore gravità quando ne possa derivare profitto proprio o altrui, ovvero nocumento della persona assistita o di altri.

La rivelazione è ammessa esclusivamente se motivata da una giusta causa prevista dall’ordinamento o dall’adempimento di un obbligo di legge. (denuncia e referto all’Autorità Giudiziaria, denunce sanitarie, notifiche di malattie infettive, certificazioni obbligatorie) ovvero da quanto previsto dai successivi artt. 11 e12.

Il medico non deve rendere all’Autorità competente in materia di giustizia e di sicurezza testimonianze su fatti e circostanze inerenti al segreto professionale.

La sospensione o l’interdizione dall’esercizio professionale e la cancellazione dagli Albi non dispensano dall’osservanza del segreto professionale.

(Codice di Deontologia Medica, 2014)

 

Dunque il medico non può rivelare ciò che ha appreso in ragione della sua professione: tutte le possibili confidenze che voi, come pazienti, affidate a lui, devono rimanere segrete. Le uniche eccezioni al mantenimento del segreto sono quelle previste dalla legge per l’esecuzione della denuncia e referto all’Autorità giudiziaria, notifica di malattie infettive, certificazioni obbligatorie.

Rivelare un segreto non solo viola il Codice di Deontologia Medica, ma è anche un reato penale (vedi dopo). Se la violazione del segreto è perpetuata allo scopo di trarne un vantaggio per sé o per gli altri la pena sarà, verosimilmente, più grave.

Attenzione che il segreto professionale si applica anche ai collaboratori del medico: ovviamente l’infermiere e gli operatori sanitari, ma anche, ad esempio, la segretaria di studio medico, così come gli studenti universitari o tirocinanti, che in virtù della loro posizione di discenti vengano a conoscenza della situazione di salute di un determinato paziente.

 

Art. 11 Riservatezza dei dati personali.       

Il medico acquisisce la titolarità del trattamento dei dati personali previo consenso informato dell’assistito o del suo rappresentante legale ed è tenuto al rispetto della riservatezza, in particolare dei dati inerenti alla salute e alla vita sessuale.

Il medico assicura la non identificabilità dei soggetti coinvolti nelle pubblicazioni o divulgazioni scientifiche di dati e studi clinici.

Il medico non collabora alla costituzione, alla gestione o all’utilizzo di banche di dati relativi a persone assistite in assenza di garanzie sulla preliminare acquisizione del loro consenso informato e sulla tutela della riservatezza e della sicurezza dei dati stessi. (Codice di Deontologia Medica, 2014)

 

top secret

 

Il medico, che entra in possesso dei vostri dati sensibili, li custodisce nella maniera più sicura possibile per evitarne la loro impropria divulgazione. Li custodirà sicuramente in luoghi non accessibili a tutti, oppure, nel caso di una banca dati computerizzata, li proteggerà con appositi sistemi di crittografia.

Inoltre, nel caso in cui vi capitasse di partecipare a uno studio clinico, sappiate che nessun vostro dato personale anagrafico e sensibile verrà divulgato impropriamente, ma verranno utilizzati solo dati clinici inerenti allo scopo dello studio.

 

 

 

 

Il dovere di riservatezza nel Codice Penale

 

Forse non tutti sanno che il dovere di riservatezza non è contemplato solamente nel Codice di Deontologia Medica, ma anche nel Codice Penale, che dev’essere rispettato da tutti i cittadini, non solo dai medici, come nel caso del Codice Deontologico.

 

Tant’è vero che l’Articolo 622 del Codice Penale non fa alcuna menzione della professione medica o di altre professioni in particolare:

 

 

Art. 622 C.P. Rivelazione del segreto professionale.

Chiunque, avendo notizia per ragione del proprio stato o ufficio, o della propria professione o arte, di un segreto, lo rivela, senza giusta causa, ovvero lo impiega a proprio o altrui profitto, è punito, se dal fatto può derivare nocumento, con la reclusione fino a un anno o con la multa. Il delitto è punibile a querela della persona offesa.

 

A ben leggere infatti, l’articolo esordisce con “Chiunque…”: il legislatore non si riferisce al medico in particolare, ma a tutti i cittadini. Ad esempio: un fotografo che nello svolgimento della sua attività si dovesse accorgere di un difetto fisico della persona che sta fotografando, è tenuto a non rivelare quel difetto fisico, soprattutto nel caso in cui dalla rivelazione ne possa derivare danno della persona offesa. Lo stesso vale, altro esempio, per l’estetista che si dovesse accorgere di una particolare caratteristica fisica: in ragione della sua professione è tenuta a non rivelare quella particolare caratteristica o difetto, soprattutto se questo potrebbe danneggiare in qualsiasi modo il cliente.

Cosa vuol dire “proprio stato”?

La propria posizione sociale/familiare. Ad esempio il coniuge, figli o familiari del medico, eventuali collaboratori di studio, personale domestico. Attenzione mogli o mariti di professionisti sanitari: se sentite per casualità sentita discutere di un paziente, siete tenuti anche voi al segreto! Così come i collaboratori che leggono determinati dati clinici nello studio medico, mentre fanno il loro lavoro: se questi vanno a raccontare i fatti di cui vengono a conoscenza sono loro che violano il segreto, non il medico.

Cosa si intende per “segreto”?

Qualsiasi aspetto della vita privata dell’assistito, che egli ha interesse a non far conoscere, di cui il medico sia venuto a conoscenza per motivi professionali. Aspetti della vita privata del soggetto che non sono conosciuti dalla maggior parte delle persone. Il segreto professionale non si limita ai dati sulla salute: se il paziente confida al medico altri aspetti della sua vita, anche questi sono coperti dal segreto professionale. Questo perché il paziente racconta le sue confidenze mentre il professionista è nel suo status di medico. Tutto ciò che il medico sente mentre ha il camice è un segreto.

 

Cosa si intende per “rivelare”?

Overo lo comunica a una persona qualsiasi, senza giusto motivo. È invece lecita la trasmissione, cioè l’affidamento della notizia a una persona essa stessa vincolata al segreto professionale e motivata dal dovere di cura verso il paziente o da un dovere d’ufficio. È possibile trasmettere il segreto solo se vi sono finalità curative: si può tranquillamente chiedere in tal caso un consulto ad un collega, mantenendo l’anonimato del paziente. Se invece c’è bisogno di dire chi è il paziente, allora bisogna prima chiedere il consenso a questo. È possibile discutere del caso clinico con i colleghi o il personale del reparto, o altri specialisti, ma non si può rivelare il segreto a qualsiasi collega, solo in virtù del fatto che sia tale.

 

Qual è la “giusta causa”?

La rivelazione o la trasmissione delle notizie coperte da segreto professionale devono perpetuare uno scopo ben preciso. Le cause che consentono la rivelazione del segreto professionale sono di due tipi:

  • Cause imperative: imposte da una norma di legge, come referto, denuncia, certificati, perizie, ispezione corporale, visite medico-legali di controllo. Sono le norme che impongono al medico di riferire un dato fatto all’Autorità competente in determinate situazioni.
  • Cause permissive: che consentono, ma non obbligano alla rivelazione. Ad esempio il paziente a cui non importa che le sue notizie cliniche vengano divulgate. In questo caso, comunque, il dovere morale impone al medico il silenzio, a meno che non ci sia una necessità oggettiva.

 

Cosa vuol dire “può derivarne nocumento”? Ossia se la rivelazione di tale segreto potrebbe creare un danno alla persona offesa. È un cosiddetto “reato di pericolo”.

 

 

L’aspetto interessante è che il dovere di riservatezza è talmente tutelato che il Codice di Procedura Penale prevede la non obbligatorietà della deposizione per i professionisti che debbano mantenere il segreto professionale:

 

Art. 200 C.P.P. Segreto professionale.        

  • Non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto in ragione del proprio ministero, ufficio o professione, salvi i casi in cui hanno l’obbligo di riferirne all’autorità giudiziaria: a) i ministri di confessioni religiose […]; b) gli avvocati […], i consulenti tecnici ed i notai; c) i medici e chirurghi, i farmacisti, le ostetriche e ogni altro esercente una professione sanitaria […]

 

Questo articolo prevede che, se il caso non rientra in quelli in cui si è obbligati a eseguire la denuncia all’Autorità Giudiziaria, il giudice non può imporre al medico di dire di che cosa soffre un paziente. Se un giudice chiede il motivo di una determinata procedura medica, il medico non è obbligato a rispondere. A meno che il medico non si trovi di fronte ad una situazione che prevede per legge la compilazione di un referto, una denuncia o quant’altro. Allo stesso modo del medico, anche l’infermiere, il fisioterapista o chiunque altro eserciti una professione sanitaria ha tale diritto.
È chiaro, tuttavia, che se il giudice sospetta che dietro questo diritto ci sia qualcosa di illecito, può procedere imponendo la rivelazione del segreto.

 

Insomma, è proprio il caso di dirlo: quando si viene a conoscenza di un segreto, è meglio cucirsi la bocca!

Insomma, è proprio il caso di dirlo: quando si viene a conoscenza di un segreto, è meglio cucirsi la bocca!

 

 

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Infortunio sul lavoro vs. Malattia professionale

Che differenza c’è tra infortunio sul lavoro e malattia professionale?

 

Forse vi sembrerà banale parlare di lavoro proprio alla vigilia del 1° maggio. Tuttavia, l’argomento di questo (lungo) post è uno degli argomenti più importanti per il lavoratore: conoscere cosa s’intende per infortunio sul lavoro e per malattia professionale, come comportarsi, a quali Enti potersi rivolgere e cosa gli viene riconosciuto e garantito.

Mettetevi comodi.

 

La tutela delle persone a proposito del lavoro è uno degli argomenti essenziali della sicurezza sociale. L’articolo 38 della Costituzione è la prima tra tutte le norme a prevedere la previdenza sociale: “[…] I lavoratori hanno diritto che siano provveduti ed assicurati i mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. […] Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.”

 

L’INAIL è un’assicurazione pubblica

L’Ente preposto a occuparsi della tutela della salute delle persone sul luogo di lavoro è l’INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro). Si tratta di una vera e propria assicurazione, non privata, bensì sociale, pubblica. Secondo l’art. 1882 del Codice Civile, L’assicurazione è il contratto col quale l’assicuratore, verso il pagamento di un premio, si obbliga a rivalere l’assicurato, entro i limiti convenuti, del danno ad esso prodotto da un sinistro, ovvero a pagare un capitale o una rendita al verificarsi di un evento attinente alla vita umana.” Rispetto all’assicurazione privata, quella sociale ha dei caratteri distintivi e peculiari: è obbligatoria, scatta in automatico al verificarsi dell’evento, ha una finalità sociale e non di lucro, ha natura collettiva e garantisce l’uniformità delle prestazioni che eroga.

L’INAIL, in particolare, è un’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali. Fa parte dell’assicurazione sociale anche l’INPS (Istituto Nazionale Previdenza Sociale), che invece tutela l’invalidità, l’inabilità, la vecchiaia o l’anzianità lavorativa, la disoccupazione involontaria, la maternità, la malattia.

 

 

Infortunio sul lavoro

Secondo il D.P.R. 1124/65, (Testo Unico delle disposizioni per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro per le malattie professionali), articoli 2 e 210: L’assicurazione comprende tutti i casi avvenuti per causa violenta in occasione di lavoro, da cui sia derivata la morte o un danno biologico permanente, ovvero una inabilità temporanea assoluta che comporti l’astensione dal lavoro per più di tre giorni.

Tre, dunque, sono le caratteristiche fondamentali dell’infortunio sul lavoro: la causa violenta, l’occasione di lavoro, il danno assicurato. Cosa significa? Scopriamolo insieme:

 

CAUSA VIOLENTA

Esteriorità: l’evento deve essere esterno, fuori dal soggetto. Può essere fisico-meccanico (un trauma), chimico (intossicazione acuta o irritazione da sostanze chimiche), termica (colpo di calore), elettrica, barica, tossica, infettiva oltre che lo sforzo e lo stress emotivo.

Concentrazione cronologica: l’evento deve avvenire in un turno di lavoro. Questo può includere sia una causa violenta, che avviene in tempi brevi come un trauma, sia un avvenimento che accade un tempi leggermente più lunghi, sia un colpo di calore o la refrigerazione, ma sempre all’interno del turno di lavoro.

Efficienza: l’evento non può essere sostituito da un’altra qualsiasi causa.

 

OCCASIONE DI LAVORO

L’evento deve essere dipeso dal rischio professionale (rischio specifico o generico aggravato – vedi dopo) e dalla finalità di lavoro.

 

DANNO ASSICURATO

L’evento, per essere riconosciuto, deve aver provocato la morte, un danno biologico permanente (cioè la menomazione dell’integrità psicofisica della persona, espressione del bene giuridico salute, suscettibile di valutazione medico-legale), o un’inabilità temporanea assoluta (impossibilità di svolgere la lavorazione) che comporti l’astensione per più di tre giorni.

 

Riferimento al sito INAIL.

 

Il rischio professionale

Cosa s’intende con rischio professionale? L’INAIL riconosce il rischio specifico e il rischio generico aggravato.

Il rischio specifico è quello strettamente legato alla professione svolta. Ad esempio un apicoltore che è punto da un’ape, il rischio di cadere da un’impalcatura per un muratore.

Il rischio generico aggravato non è strettamente legato alla professione svolta, ma può essere collegato. Ad esempio un contadino che è punto da un’ape. Il contadino non svolge propriamente la professione di apicoltore, ma è innegabilmente più a rischio di un impiegato.

Non è, invece, riconosciuto il rischio generico, quello, per intenderci, dell’impiegato che viene punto da un’ape. Si tratta di un evento che può capitare a tutti, non è strettamente legato al lavoro.

 

 

L’infortunio in itinere

L’INAIL tutela i lavoratori anche nel caso d’infortuni avvenuti durante il viaggio di andata e ritorno tra l’abitazione e il luogo di lavoro, quando il lavoratore deve recarsi da un luogo di lavoro a un altro, nel caso di rapporti di lavoro plurimi, oppure mentre si reca al luogo di consumazione dei pasti, se non esiste una mensa aziendale. Qualsiasi modo di spostamento è compreso nella tutela (mezzi pubblici, a piedi, ecc.) a patto che siano appurate le finalità lavorative, la normalità del tragitto (il lavoratore deve percorrere il tragitto più logico per recarsi al lavoro) e la compatibilità degli orari. Al contrario, il tragitto effettuato con l’utilizzo di un mezzo privato, compresa la bicicletta in particolari condizioni, è coperto dall’assicurazione solo se tale uso è necessitato.

 

Le interruzioni e deviazioni del percorso rientrano nell’assicurazione?

Le eventuali interruzioni e deviazioni del normale percorso non rientrano nella copertura assicurativa a eccezione di alcuni casi particolari, ossia se vi siano condizioni di necessità o se siano state concordate con il datore di lavoro. Ad esempio:

interruzioni/deviazioni effettuate in attuazione di una direttiva del datore di lavoro;

interruzioni/deviazioni “necessitate” ossia dovute a causa di forza maggiore (ad esempio un guasto meccanico) o per esigenze essenziali e improrogabili (ad esempio il soddisfacimento di esigenze fisiologiche) o nell’adempimento di obblighi penalmente rilevanti (esempio: prestare soccorso a vittime di incidente stradale);

brevi soste che non alterino le condizioni di rischio.

Se invece il lavoratore si ferma, ad esempio, per fare la spesa, questa non è un’interruzione/deviazione che esprime una necessità.

 

Usare un mezzo privato

Per quanto riguarda l’uso del mezzo privato (automobile, scooter, bicicletta), l’INAIL è molto chiara. Ecco cosa potete trovare nel sito dell’INAIL:

Può considerarsi necessario solo in alcune situazioni, esempi:

  • mezzo fornito o prescritto dal datore di lavoro per esigenze lavorative
  • il luogo di lavoro è irraggiungibile con i mezzi pubblici oppure raggiungibile ma non in tempo utile rispetto al turno di lavoro
  • i mezzi pubblici obbligano a attese eccessivamente lunghe
  • i mezzi pubblici comportano un rilevante dispendio di tempo rispetto all’utilizzo del mezzo privato
  • la distanza della più vicina fermata del mezzo pubblico deve essere percorsa a piedi ed è eccessivamente lunga.

 

 

Malattia professionale

T.U. (1965), Artt. 3 e 211 – L’assicurazione è altresì obbligatoria per le malattie professionali indicate nella tabella allegate […], le quali siano contratte nell’esercizio e a causa delle lavorazioni specificate nella tabella stessa ed in quanto tali lavorazioni rientrino fra quelle previste […].

Si tratta, dunque, di patologie croniche connesse al lavoro, il lavoro o le lavorazioni specifiche sono la causa primaria della malattia. Non si parla più di causa violenta in occasione di lavoro, come nell’infortunio. Nelle malattie professionali manca l’evento traumatico, ma c’è una correlazione diretta tra il lavoro, particolari esposizioni dovute alle lavorazioni specifiche e la malattia.

 

Tre sono le caratteristiche fondamentali delle malattie professionali:

 

RISCHIO PROFESSIONALE

Non più occasione di lavoro, come nell’infortunio, ma rapporto causale diretto con il lavoro.

 

CAUSA DILUITA NEL TEMPO

Non più causa violenta, ma una causa (lavorativa) più prolungata nel tempo, che porta ad una malattia cronica.

 

SISTEMA TABELLARE

Le malattie professionali sono tutte raccolte in una tabella a tre colonne. Nella prima sono riportate tutte le malattie professionali, nella seconda le lavorazioni specifiche che possono causare direttamente la malattia in oggetto. Infine nella terza colonna è indicato il limite massimo di tempo in cui la malattia può manifestarsi se effettivamente connessa alla lavorazione specifica. Esiste, cioè, un limite temporale massimo d’indennizzabilità da parte dell’INAIL. Ad esempio: per le malattie causate da piombo, leghe e suoi composti organici, le lavorazioni previste sono quelle che espongono all’azione del piombo leghe e composti. Il periodo massimo d’indennizzabilità dalla cessazione del lavoro è di 4 anni. Se entro quattro anni il lavoratore manifesterà una malattia legata all’esposizione al piombo, allora il riconoscimento della malattia professionale sarà automatico. Nel caso in cui, invece, passi più tempo il lavoratore dovrà dimostrare l’effettivo nesso di causa tra il lavoro e la sua patologia.

Un sistema così, tuttavia, è chiuso: non permette di riconoscere malattie che non siano comprese in questa tabella. È stato risolto il problema trasformando il sistema tabellare in un sistema misto: rimane in vigore la tabella originaria, ma è possibile il riconoscimento di qualsiasi altra malattia, purché il lavoratore dimostri il nesso di causa tra la stessa e il lavoro.

 

Riferimento per la malattia professionale sul sito ufficiale INAIL.

 

Valutazione del danno

Una domanda che potrebbe sorgervi è: “ma come fanno a calcolare quanto riconoscermi in denaro?” Per questo esistono delle tabelle specifiche che valutano il grado di invalidità per le singole menomazioni, oppure esistono delle formule particolari che calcolano il danno sulla base di diverse variabili che possono presentarsi di volta in volta.

 

 

Quali sono le prestazioni assicurative riconosciute dall’INAIL?

Sono essenzialmente cinque le prestazioni assicurative che sono erogate dall’INAIL. È da tenere in considerazione che non vi è alcun indennizzo per le menomazioni fino al 5%.

Ecco le prestazioni assicurative:

Temporanea inabilità assoluta: INDENNITA’ GIORNALIERA (dopo il terzo giorno).

Danno biologico permanente:

  • INDENNIZZO IN CAPITALE per i danni dal 6 al 15%.
  • RENDITA VITALIZIA per danni dal 16 al 100%.
  • Assegno mensile di assistenza personale continuativa per determinate menomazioni tassativamente specificate nella tabella allegato 3 al T.U., le cosiddette “grandi invalidi del lavoro”.
  • Rendita ai superstiti (artt. 85 e 233).
  • Prestazioni di cura e riabilitazione (art. 83 del T.U. e leggi n. 88/1989). Per quest’ultima voce, consultare la sezione dedicata sul sito ufficiale INAIL.

 

Riferimento al sito INAIL.

 

Come comunicare l’infortunio?

Potete trovare tutte queste informazioni sul sito ufficiale dell’INAIL:

Il lavoratore deve dare notizia dell’infortunio al datore di lavoro. La segnalazione dell’infortunio deve essere fatta anche nel caso di lesioni di lieve entità. In base alla gravità dell’infortunio, il lavoratore può:

  • rivolgersi al medico dell’azienda, se è presente nel luogo di lavoro;
  • recarsi o farsi accompagnare al Pronto soccorso dell’ospedale più vicino;
  • rivolgersi al suo medico curante.

In ogni caso, occorre spiegare al medico come e dove è avvenuto l’infortunio.

 

Vedi anche: Ottenere l’indennità temporanea, sul sito ufficiale INAIL.

 

Il certificato medico

Il medico rilascia un primo certificato in più copie, nel quale sono indicati la diagnosi e il numero dei giorni di inabilità temporanea assoluta al lavoro. Una copia deve essere consegnata subito al proprio datore di lavoro (direttamente o tramite altre persone, familiari, amici), una copia deve essere conservata in originale dal lavoratore. In caso di ricovero, sarà l’ospedale a inviare direttamente la copia dei certificati all’INAIL e al datore di lavoro.

 

Cosa fare se il datore di lavoro non denuncia l’infortunio?

Dopo essere stato informato dell’incidente, il datore ha due giorni di tempo per presentare all’INAIL la denuncia d’infortunio. L’obbligo di denuncia non c’è se, in base al certificato medico e alla relativa prognosi, l’infortunato è dichiarato guaribile in tre giorni oltre a quello dell’evento. Se il datore di lavoro non dovesse denunciare all’INAIL l’infortunio, può farlo il lavoratore inviando all’Istituto il certificato medico.

 

Come deve comunicare l’infortunio il lavoratore autonomo

Gli artigiani e i soci titolari, nella loro duplice veste di assicuranti e assicurati, devono denunciare all’INAIL l’infortunio da essi stessi subito entro 2 giorni dalla data del certificato medico che prognostica l’infortunio non guaribile entro 3 giorni. In considerazione della particolare difficoltà in cui può venirsi a trovare il titolare di azienda artigiana al momento dell’infortunio lavorativo, si può ritenere assolto l’obbligo di denuncia nei termini di legge ogniqualvolta il predetto, o il medico curante, invii, nel rispetto dei termini stessi, il solo certificato medico. L’interessato dovrà tuttavia provvedere, appena possibile, a compilare e a trasmettere il modulo di denuncia. In tali casi, non perderà il diritto all’indennità per inabilità temporanea assoluta per i giorni antecedenti l’inoltro del modulo.

In caso di impossibilità del titolare artigiano infortunato di provvedere personalmente alla denuncia entro i termini di legge, l’obbligo di dare immediata notizia dell’evento all’Istituto assicuratore mediante l’inoltro del certificato medico ricade sul sanitario che per primo ha constatato le conseguenze dell’infortunio (obbligo, peraltro, privo di sanzione).

Nell’ipotesi di infortunio occorso a lavoratore agricolo autonomo, l’obbligo di denuncia ricade sul titolare del nucleo di appartenenza dell’infortunato.

 

Come comportarsi in caso di ricaduta?

Se dopo la ripresa dell’attività lavorativa il lavoratore si sente male per motivi conseguenti all’infortunio e torna al pronto soccorso o dal proprio medico, nel certificato rilasciato deve essere specificato che si tratta di ricaduta dall’infortunio già comunicato e tale certificato va inviato sia al datore di lavoro sia all’Inail.

 

 

NB: Ho cercato di condurre la trattazione in modo più sistematico possibile, per rimanere fedele alle norme vigenti, vista la complessità dell’argomento. Tuttavia, l’importanza di questo impone che tutti i lavoratori siano a conoscenza delle norme vigenti, dei loro diritti e che sappiano cosa fare in caso di infortunio o malattia professionale. Il sito ufficiale INAIL, come più volte da me riportato come fonte e riferimento, è facilmente consultabile ed è, ovviamente, completo di tutte le informazioni necessarie: consultatelo.

 

Per approfondire: sito ufficiale INAIL.

 

Si ricorda che chi scrive non vuole sostituirsi ai professionisti medici:

 

ATTENZIONE! Bussola Medica NON dà consigli medici.

Le informazioni sopra riportate e tutti gli articoli del blog hanno solo un fine illustrativo: non costituiscono un consiglio medico, né provengono da prescrizione specialistica. Essi hanno lo scopo di spiegare tematiche mediche in modo comprensibile a tutti, senza, però, avere la presunzione di esaurire l’argomento in poche righe. Vi invito a rivolgervi al proprio medico curante, ai farmacisti e a tutti gli altri specialisti qualificati per chiarire qualsiasi dubbio riguardante la vostra salute. Il rapporto di fiducia, di stima reciproca e di confidenza tra medico e paziente deve essere sempre coltivato e salvaguardato con il massimo impegno possibile.

 

 

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