Parlate il…Medichese?

 

Vi è mai capitato di non capire il significato di quanto scritto in un referto medico? Vi capita spesso? Come vi comportate? Per spiegazioni vi rivolgete al vostro medico? Oppure al farmacista, ad un amico? Cercate informazioni su internet?

Anamnesi patologia remota muta.

Il paziente lamenta faringodinia e pirosi.

Deambulazione corretta in tandem.

Iperemia congiuntivale.

Il soggetto è dispnoico.

Obnubilamento sensorio.

 

Eh? Prego?

I non addetti ai lavori capiscono ben poco, vero?

 

 

Uno dei problemi che affligge la quotidiana pratica clinica è che spesso le persone, i pazienti, non capiscano il significato di ciò che il medico ha scritto nella risposta o riportato nella cartella clinica. Questo spesso accade con il referto di un esame strumentale come una radiografia, un’ecografia, una risonanza magnetica o una TAC. Più raramente accade con una visita specialistica. Infatti, mentre nel primo caso il paziente ritira il referto senza la possibilità di confrontarsi con il radiologo, nel secondo caso lo specialista ha la possibilità di spiegare a voce tutto quello che c’è da sapere. In quest’ultima occasione, alla fine del colloquio con il medico, i più scrupolosi rimangono seduti, leggendo attentamente la risposta e chiedendo al medico il significato delle parole che non capiscono. Altri, per “non far brutta figura” con lo specialista, si rivolgono al medico di base o al farmacista. Altri ancora si scervellano a casa, chiedendo lumi ad amici o parenti, imprecando contro il medico. I più “furbi” cercano ii termini medici su internet, arrivando alle conclusioni più disparate, magari lontane dalla realtà.

 

Volete sapere se fidarvi delle informazioni mediche su internet? Cercate la certificazione HON-Code: leggete questo articolo su Bussola Medica!

 

Il rapporto medico-paziente

Tra medico e paziente si costruisce una vera e propria alleanza, che include il confronto aperto e sincero su tutto. A volte però, purtroppo, le circostanze trasformano il rapporto in un incontro frettoloso che impedisce al paziente di chiarire i propri dubbi. Tra questi, i più frequenti sono quelli che riguardano il cosiddetto “medichese”: termini medici tecnici, di difficile comprensione anche alle persone con istruzione elevata. Il non comprendere appieno i termini, spesso fa scadere il rapporto medico-paziente in un’incomprensione che porta il paziente anche a non fidarsi del medico. Questo non deve mai e poi mai accadere: pretendete da qualsiasi medico tutte le spiegazioni che ritenete necessarie, per evitare di perdere la stima in chi vi cura.

Un’altra conseguenza di questa incomprensione è, se possibile, ancor più pericolosa della mancanza di fiducia nel medico: le persone non capiscono la gravità della loro malattia, non eseguono la cura prescritta, non fanno prevenzione. Il risultato? Fanno del male a loro stessi, loro malgrado.

 

Per non farsi capire?

Navigando sul Web, leggendo giornali o riviste, troverete numerosi articoli che si occupano di medichese. Alcuni affermano come il medichese sia utilizzato dai medici per non farsi capire dai pazienti, preferendo rimanere arroccati sulle loro posizioni tecnocratiche. Altri accusano i medici di utilizzare paroloni altisonanti per dare prestigio al loro lavoro e guadagnare di più, a spese dei malati.

 

Tutte bugie.

 

 

A ogni oggetto il proprio nome

Provate a parlare con un giornalista di un titolo di giornale, provate a dirgli “la frase sopra/sotto il titolo”, invece di riferirvi correttamente all’occhiello o al sommario: vi fulminerà con lo sguardo. Tentate di capire da un elettricista la differenza tra Ampere e Volt. Non confondete il carburatore con la pompa di benzina, quando vi recate dal meccanico. Azzardatevi a scambiare l’hardware con il software, discutendo con un informatico. È esattamente questo di cui stiamo parlando: chiamare le cose con il proprio nome. Cioè: parlare italiano corretto. Ogni disciplina ha un proprio linguaggio. La Giurisprudenza ha un linguaggio diverso dall’Economia, così come la Medicina ha una terminologia propria, utile agli scopi che deve perseguire.

Il lessico medico, quello che trovate scritto nei referti, non ha tanto lo scopo di essere chiaro per il paziente, quanto quello di essere comprensibile a qualsiasi medico, ma soprattutto univoco, universale. Da Belluno a Palermo, dall’Italia alla Svezia, dall’Europa all’Oceania, passando per l’America. Se si usassero termini del linguaggio comune, potrebbero sorgere incomprensioni o fraintendimenti. Il linguaggio tecnico, invece, richiede di essere attenti, precisi ed esaustivi. Inoltre consente di essere oggettivi, evitando di scivolare verso l’emotività, che offuscherebbe il giudizio medico, che deve essere il più possibile adeguato alla situazione – seppur permeato da empatia verso il paziente. In questo modo, se oggi vi dovesse visitare il dott. Caio, saprebbe con certezza e facilità cosa ha riscontrato il dott. Tizio nella visita del mese scorso. A tutto vantaggio del paziente, vi pare?

 

La Medicina, però…

C’è una differenza sostanziale, che a tutti voi non è di certo sfuggita. Le persone hanno il diritto di conoscere ogni aspetto della loro salute: “Io voglio sapere cosa mi ha trovato il radiologo, voglio sapere che malattia ho!”. In effetti, come ho spiegato nel post “La medicina è una scienza?”, la Medicina differisce dalle sue scienze di base o dalla Giurisprudenza, piuttosto che dall’Economia, perché essa ha come oggetto di studio un soggetto: l’uomo. Ecco quindi la necessità che ogni argomento medico sia il più possibile comprensibile soprattutto alle persone comuni.

 

Come se ne esce?

Il cambiamento di linguaggio da parte dei medici sarebbe deleterio per gli stessi pazienti, che vedrebbero diminuire la certezza che tutti gli addetti capiscano il medesimo messaggio dallo stesso referto. Allora come assicurare il diritto di tutti a conoscere i dettagli del proprio stato di salute? I medici devono essere un Giano bifronte: da un lato tecnici, dall’altro divulgatori. I medici devono tornare a spiegare la medicina al paziente e ritrovare quel gusto, un po’ perduto, di insegnarla, o raccontarla.

 

Dizionario Medichese – Capibilese

Per questo mi è venuta la voglia di dedicare qualche post del mio blog a spiegare le parole del medichese. Affinché possa stuzzicare la vostra curiosità. Affinché possa dirigere la vostra attenzione verso le informazioni corrette e le interpretazioni consone. Affinché ai pazienti venga voglia di porre domande al proprio medico e ai medici ritorni la voglia di spiegare la Medicina ai propri assistiti.

 

Ovviamente tutto ciò, come sempre, senza avere la presunzione di esaurire l’argomento in poche righe e senza avere la superbia di saperne più del medico che vi ha in cura. Il mio scopo non è affatto dare consigli medici! Inoltre: la relazione medico-paziente deve essere sempre coltivata con il massimo impegno possibile, da parte di entrambi. Abbiate la serenità per chiedere al medico tutte le informazioni di cui avrete bisogno: sarà sicuramente un piacere per il vostro medico chiarire i vostri dubbi. Leggete qui per ulteriori raccomandazioni.

 

 

L’argomento vi stuzzica? Tornate su Bussola Medica, nel prossimo post spiegherò un termine molto comune…

 

 

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L’informazione consapevole: istruzione per l’uso

La Bufala è servita: tra scienza e pseudoscienza

L’informazione consapevole: istruzioni per l’uso

Udine, 24 Maggio 2014 – Sala della Contadinanza

 

L’incontro è stato introdotto dalle allettanti parole della moderatrice, Simona Regina, giornalista freelance che scrive per importanti testate nazionali e collabora con Radio Rai del Friuli Venezia Giulia. “L’informazione consapevole: istruzioni per l’uso. Ovvero un’occasione di dibattito e di confronto, per capire come rimanere a galla, come affrontare il mare magnum della comunicazione, ma soprattutto per capire come armarsi, come tutelarsi per riconoscere le notizie vere, attendibili da quelle false, insomma, come non abboccare alle bufale, che sempre più spesso ci vengono propinate. Notizie che ci vengono presentate su un piatto d’argento, travestite da buoni consigli o da cure miracolose, dalla stampa, dalle televisioni, da internet, ma anche dal passaparola. Molte volte, infatti, i nostri amici, i nostri vicini di casa ci raccontano di aver scoperto come risolvere problemi di salute o ambientali. Difendersi dalla bufale è possibile grazie al contributo dei nostri ospiti: Sergio Maistrello, giornalista e consulente freelance, fondatore e organizzatore di “State of the Net”, conferenza internazionale sullo stato dell’arte di internet e sull’impatto che ha internet nella nostra società. Alice Pace, giornalista scientifica freelance, collaboratrice di Wired. Sonia Zorba, studentessa di tecnologie web e multimediali all’Università degli Studi di Udine e blogger che è diventata molto conosciuta grazie ad un suo interessante post. Davide Anchisi, medico, ricercatore e docente di neuroscienze e neurofisiologia all’Università degli Studi di Udine.

 

Da sinistra a destra: Davide Anchisi, Sonia Zorba, Simona Regina, Alice Pace, Sergio Maistrello

Da sinistra a destra: Davide Anchisi, Sonia Zorba, Simona Regina, Alice Pace, Sergio Maistrello

 

Saluti delle Autorità:

dott.ssa Giada Rossi, Presidente di Kaleidoscienza (organizzatore locale)

Benvenuti da parte di Kaleidoscienza, è la seconda edizione di una manifestazione nazionale che porta all’attenzione dell’opinione pubblica il tema della disinformazione scientifica. Un grazie a voi che partecipate numerosi, ai nostri relatori e a chi ha sostenuto la manifestazione: Comune di Udine, Ordine dei Veterinari di Udine, che hanno patrocinato l’iniziativa. Grazie ai nostri sponsor: BBC Banca di Udine, l’Associazione M.A.S.C.K. – Monteprato Associazione Sportiva Culturale Karnize. Moroso, sponsor tecnico. Libreria Tarantola, che ha fornito la bibliografia dei libri di approfondimento sull’argomento.

Abbiamo voluto organizzare non una conferenza, ma un dibattito, in cui le vostre domande sono benvenute, oltre che necessarie per realizzare un dibattito sereno in un tema così importante per noi, come l’informazione scientifica. Questa dev’essere un’occasione per iniziare il vostro, nostro percorso nell’informazione consapevole.

 

dott. Alessandro Venanzi, Assessore al Commercio e al Turismo, Comune di Udine

Porto il saluto del Comune, è un piacere essere qui. Personalmente posso dire che, avendo una ricercatrice in casa, ho vissuto in prima persona come il tema dell’informazione è davvero caldo e importante. L’informazione è importante non solo per noi, ma anche per sostenere la ricerca in generale, perché senza la ricerca non c’è futuro, per nessuno.

 

Sala della Contadinanza, pubblico presenta appena prima dell'inizio.

Sala della Contadinanza, pubblico presenta appena prima dell’inizio.

 

Vorrei cominciare – ha detto Simona Regina, introducendoci nell’argomento ancora più a fondo – citando Mauro Giacca, direttore del Centro Internazionale di Ingegneria Genetica e Biotecnologie di Trieste, che proprio questa settimana sulle pagine de Il Piccolo, quotidiano locale, scriveva: “Combattere l’attivismo dei disinformati con altrettanto attivismo da parte degli informati a furia di tweet, like e sfilate per le strade, potrebbe essere una delle vie praticabili per risalire la ragionevolezza di questo Paese”. Si diceva sconsolato dai continui bombardamenti mediatici, che tentano di convincerci che l’alimentazione vegana possa guarire il cancro, o che un test genetico possa aiutarci a risolvere il problema della cellulite. Sottolineava l’importanza di mettere in guardia le cittadine e i cittadini dai danni causati da alcuni programmi televisivi e altri strumenti di comunicazione che promuovono false cure e rimedi contro innumerevoli malattie, per le quali al momento non esistono cure valide. Parla di stupidario pseudoscientifico: perché continua a diffondersi nel nostro Paese? È possibile difenderci? Come possiamo non abboccare alla pseudoscienza?

 

Alice Pace cercherà di farci riconoscere i modi ricorrenti con i quali le bufale tipicamente nascono, prendono piede, si sedimento nella società, nel nostro cervello, diventando difficile da sradicare.

 

La scienza nei media: come si schivano le bufale

Alice Pace, ha iniziato l’argomento con una domanda stuzzicante: Cos’è una bufala? Perché si chiama così? Si chiama così, spiega, dall’espressione “menare per il naso come una bufala”, ovvero menare l’interlocutore fuori e dentro il recinto, come si faceva una volta con i buoi. Quindi bufala significa “presa per il naso, per i fondelli”. Vuol dire qualcosa di falso, di artefatto o di tendenzioso.

Alice Pace ci ha lasciato a bocca aperta quando ci ha presentato “Le cinque domande della bufala”:

Chi lo dice?

Se un comico ci racconta che una palla di plastica con all’interno delle particelle ceramiche (Bio-Washball) emana dei raggi infrarossi all’interno della nostra lavatrice permettendo una pulizia e una sterilità completa, rendendo inutile l’uso di qualsiasi detersivo, la prima domanda che dovremmo farci è: possiamo fidarci? Chi è lui per dirci sostenere l’efficacia di questo strumento? È un fisico? Un chimico?

In sostanza, quando ci troviamo di fronte ad una notizia scientifica e di innovazione tecnologica dovremmo chiederci: chi lo dice, è un esperto oppure no? Dobbiamo verificare la fonte dell’informazione e non fidarci di tutto quello che ci viene detto da una persona, che pure ci sta simpatica o ci fa ridere.

 

Come lo dice?

La relatrice ha portato l’esempio dell’omeopatia, perché spesso i diffusori di bufale utilizzano molte metafore per presentare un concetto, oppure un linguaggio troppo tecnico, ma montato senza alcuna logica. Noi rimaniamo ammaliati dalla loro fantasia e ci caschiamo. L’esempio dell’omeopatia si basa su un concetto molto astratto, la cosiddetta “memoria dell’acqua”. Si tratta di preparati diluiti all’ennesima potenza, in cui le molecole d’acqua si ricorderebbe del principio attivo con cui sarebbero venute a contatto anche secoli prima, e curerebbero anche se diluite. Concetto che, in realtà, è stato sbufalato da tempo dagli esperti.

Cercate, quindi, sempre la logica del perché e del come una novità scientifica dovrebbe funzionare.

 

È una soluzione facile a un grande problema?

Per esempio, la dieta vegana, che viene oggi pubblicizzata da alcune trasmissioni come cura per il cancro, non è dimostrata essere l’unico strumento per guarire dai tumori. Un’alimentazione bilanciata è sicuramente uno strumento di prevenzione contro i tumori, concetto sostenuto anche dalla medicina ufficiale, ma di lì a considerarla come unica cura per il cancro, ne passa.

Se fosse vero, sarebbe una soluzione meravigliosa ad una serie di brutte malattie per cui oggi non esiste ancora una soluzione definitiva.

 

C’è un complotto?

Ogni bufala che si rispetti ha il suo acerrimo nemico. Di solito qualche cospirazione globale, le lobby dei farmaci, professoroni che vogliono difendere il proprio nome.

Un esempio calzante sono le scie chimiche. Tutti noi vediamo in cielo le scie di condensa degli aerei, ma alcune persone credono e pubblicizzano che queste scie contengono delle sostanze che sono sparse in cielo per far ammalare le persone di tutto il mondo. Questa idea è stata distrutta da ogni lato da esperti fisici, meteorologi, piloti di mezzo mondo, ma continua a riproporsi a distanza di anni.

Quindi quando sentiamo urlare “al lupo!”, “Ci sono i poteri forti!”, cerchiamo di capire il reale interesse in gioco.

 

La ricetta è segreta?

Quando siamo di fronte ad un’innovazione tecnologica che rientra nelle bufale, non vi è mai trasparenza, né condivisione con la comunità scientifica. Un esempio è l’E-Cat: un imprenditore e un fisico avrebbero inventato delle scatolette che fornirebbero energia pulita a basso costo, in eterno, grazie a delle reazioni chimiche che però non sono conosciute a fondo da nessuno, se non a loro.

 

Esempio pratico per ripassare queste cinque domande, leggiamo con attenzione queste parole:

Con il mio metodo innovativo le persone possono guarire da oltre cento malattie neurodegenerative, autoimmuni e dal cancro. Solo che non segue alcuna ricetta che può essere resa pubblica, altrimenti altri tenteranno di venderlo!

 

Chi potrebbe averlo detto?

Proprio lui, il Prof. Davide Vannoni, fondatore di Stamina.

Chi lo dice? È un esperto del settore?

Vannoni è sì un Professore. Ma è laureato in lettere, insegnante di psicologia. Esperto di marketing. Cosa può saperne di medicina e di malattie neurodegenerative e cancro? Forse un po’ poco…

Come lo dice?

Starnazzando parole anche tecniche, senza unirle con un nesso logico e senza rispondere a semplici domande, tipo: Come? Perché?

È una soluzione facile a un grande problema?

A detta di Vannoni, sì: soluzione a molte, troppe malattie neurodegenerative inguaribili, per ora.

C’è un complotto?

Assolutamente sì. La lobby farmaceutica si sente minacciata dal suo metodo, che porterebbe ad un crollo delle vendite dei farmaci.

La ricetta è segreta?

Inizialmente la ricetta era segreta e si ipotizzava l’esistenza di un brevetto che, in realtà, non esisteva. Poi è saltata fuori una collaborazione con azienda farmaceutica, che ha protetto la ricetta con un segreto aziendale. In altre interviste Vannoni ha riferito come in realtà Stamina non segue alcuna ricetta.

 

Alice Pace, infine, ha lasciato i presenti con una domanda ancora più stuzzicante di quella iniziale: perché ci abbocchiamo?

 

Dietro una bufala – ha ripreso le fila la moderatrice – c’è sempre qualcuno che la mette in piedi per incompetenza o per interesse personale. Il problema è che, anche se la bufala viene smentita e screditata, una volta che si sedimenta nelle nostre idee è veramente difficile sradicarla. Per esempio – continua la Regina – un gruppo di pediatri e di ricercatori di Scienze Politiche, hanno condotto una ricerca, coinvolgendo circa 2.000 genitori per testare quali potessero essere i messaggi più efficaci per promuovere campagne pro-vaccino. Il problema del rapporto tra vaccini e autismo è annoso, nonostante la comunità scientifica abbia più volte dimostrato la sua inconsistenza. L’esito della ricerca ha dimostrato che è difficile sradicare le convinzioni personali. I ricercatori hanno fornito ai genitori molti strumenti d’informazione, ad alcuni venivano consegnati opuscoli con argomenti dettagliati e precisi, sottolineando l’assenza di nesso tra trivalente e autismo. Altri opuscoli che sottolineavano i pericoli delle malattie in caso di assenza di vaccinazione. Altri ancora foto che mostravamo bambini sofferenti per le malattie sviluppate in assenza di vaccinazione. I ricercatori hanno visto che è possibile essere così efficaci da far cambiare idea ai genitori.

 

Ma perché abbocchiamo, allora, alle false dicerie? Prova a spiegarcelo il Prof. Davide Anchisi.

 

Ragione e pregiudizio: la logica dell’incertezza di fronte all’informazione

Davide Anchisi ha sviluppato un intervento sensazionale, estremamente interattivo con immagini, illusioni ottiche, filmati e audio, che hanno dimostrato le molte falle del nostro cervello quando si trova a dover esplorare la realtà.

C’è un forte parallelismo tra la percezione e i nostri giudizi, spiega Anchisi, perché percepire significare costruire un’immagine della realtà. Farci un’opinione partendo dalle informazioni che riceviamo e costruirci un immagine del mondo partendo dai nostri sensi percettivi sono due processi molto, molto simili.

Se parliamo di percezione, dobbiamo pensare ad un sistema, quello del Sistema nervoso, che si è evoluto nel corso di milioni di anni allo scopo di avere una percezione ottimale. Tuttavia, l’informazione che riceviamo dal mondo esterno non è mai diretta. Non abbiamo mai un accesso diretto alla realtà, questo è sempre mediato da qualcuno che ci racconta qualcosa. Le informazioni percettive si fermano sui nostri organi di senso: la luce si ferma sulla retina, ad esempio, non arriva direttamente al cervello. Dunque è potenzialmente alterata. Inoltre la nostra percezione è incompleta, sempre parziale. Così come le informazioni scientifiche sono mediate da qualcuno che le racconta.

Con la conoscenza dobbiamo ogni giorno giungere ad una decisione in tempi rapidi. Questo è palese per la percezione: se sono in un bosco buio, e mi sembra di veder muoversi qualcosa al suolo, scappo per paura che sia un serpente velenoso, quando in realtà sarebbe potuto essere un semplice ramo. Quindi anche con poche informazioni io devo arrivare alla mia decisione.

Per quanto riguarda le scelte che facciamo con il sistema percettivo e i giudizi che elaboriamo, abbiamo un sistema che lavora in automatico. La differenza è che mentre per la percezione i sistemi si sono raffinati nel corso dell’evoluzione e quindi sono arrivati a un grado di ottimizzazione massimo; per i sistemi di giudizio il nostro cervello utilizza dei sistemi generici, che quando funzionano in automatico, in realtà funzionano solo per alcune cose per cui si sono calibrati nel corso degli anni.

Cosa vuol dire fare una scelta automatica? Nel caso di un’informazione ambigua, usiamo il contesto per guidare le nostre decisioni, risolvendo le ambiguità che si presentano davanti a noi. Anche nel caso di informazioni non chiare, il nostro sistema automatico ci spinge a fare una scelta.

Il Sistema Nervoso ha degli automatismi perfezionati per la percezione o per situazioni standard. Per i giudizi su opinioni o teorie, come facciamo ad avere un sistema per valutare l’affidabilità? Il nostro sistema è nato prima che potessimo confrontarci con opinioni o teorie moderne. Allora come facciamo? O usiamo gli automatismi o un sistema analitico. Quest’ultimo è faticoso da utilizzare, quindi di solito ricorriamo agli automatismi. Questo ci porta ad avere delle risposte automatiche a stimoli diversi. Il problema del sistema automatico è che date diverse informazioni arriveremo sempre ad un unico giudizio. Ora, se noi facciamo una domanda sbagliata al nostro sistema, la risposta automatica sarà una risposta ad un’altra domanda, non a quella più importante.

Ad esempio, se voi dovete scegliere se votare un candidato o meno, come lo fate? Si è visto che al 70% il voto dipende dalla faccia del candidato. Perché noi vediamo una persona, e decidiamo guardandola se ci piace o meno, se possiamo dargli fiducia o meno. Questo funziona benissimo per ciò cui il Sistema Nervoso è stato creato: se ci troviamo nella savana e incontriamo uno sconosciuto, solo guardandolo in faccia possiamo decidere se fidarci o no. Ci sono molti studi che dimostrano come le caratteristiche del volto ci ispirano più o meno fiducia. Visto che non abbiamo altre informazioni oltre il volto, dobbiamo decidere in base a quello, non abbiamo altra possibilità. Se io chiedo al mio sistema automatico “Posso fidarmi di quella persona?”, lui risponderà bene. Ma se gli chiedo “Gestirà bene la cosa pubblica?”, il mio sistema avrà delle difficoltà e risponderà “Mi fido”, ma alla domanda sbagliata, non a quella a cui sto cercando risposta. I sistemi automatici di cui il nostro sistema nervoso si serve, in conclusione, sono fantastici per rispondere a quello cui sono stati programmati, ma se chiedo a loro un’altra domanda, la risposta che esce è sbagliata.

 

Davide Anchisi ha sottolineato – dice la moderatrice – come la nostra conoscenza sia sempre mediata. Ma allora, da cittadini, come facciamo a distinguere le fonti, soprattutto sulla rete? Internet ha cambiato la fisionomia del mondo dell’informazione, e chi meglio di Sergio Maistrello potrà aiutarci a capire il meccanismo di diffusione delle informazioni e quali strumenti utilizzare per capire se una fonte è attendibile oppure no.

Le notizie corrono sui social: come riconoscere quelle corrette

Sergio Maistrello ha condotto un intervento preciso puntale, ma anche ricco di umorismo sottile. Nella sua premessa di metodo spiega come lui sia “una persona orribile”. Maistrello è uno di quelli che se vede o sente una bufala, si mette in gioco e cerca di sbugiardarla, dimostrandone l’infondatezza. Sergio crede fermamente che sia dovere di tutti noi fermare sul nascere le bufale. Se qualcuno si arroga il diritto di mettere in giro informazioni false, che indeboliscono il sistema, anche noi abbiamo il diritto di smentire quelle notizie false, facendo fare anche una magra figura a chi le diffonde.

(Foto di Panda) “Appartengo ad una specie protetta: sono uno dei pochi giornalisti, in Italia, che è entusiasta di internet e che pensa che sia un bene se tutti diventiamo un po’ giornalisti”. Secondo Maistrello, però, ci deve essere un metodo: il metodo giornalistico. Questo deve essere regalato a tutta la società, deve essere un antidoto contro la superficialità, gli inganni o semplicemente la confusione. Questo molto spesso non basta. I primi a sbagliare, ogni giorno, sono proprio i giornalisti: Sergio porta diversi esempi, corredati da immagini, di clamorosi errori giornalistici. I giornalisti, come noi stessi, hanno fretta di condividere, comunicare, senza però, molto spesso, verificare adeguatamente le fonti. Questo è sbagliato.

Le bufale sono burle, truffe, passaparola che per strada hanno perso dei pezzi o si sono arricchite di fantasie. Oppure sono vere e proprie teorie complottistiche: siamo fatti, come uomini, per unire i punti, ma per farlo dobbiamo avere delle fonti affidabili, un metodo che ci permetta di farlo in maniera sicura, senza cadere in tranelli.

Che male c’è a condividere su internet, sui social, qualche bufala? A volte sono divertenti e basta. Altre volte creano dei danni, magari ad aziende cui vengono diffamati alcuni loro prodotti. A volte compromettono rapporti di lavoro, a volte mettono in crisi servizi pubblici: pensati agli appelli medici che intasano il centralino dell’Ospedale, che magari potrebbe servire per altro.

“Me l’ha detto un mio amico”: spesso crediamo alle bufale e le condividiamo perché ce l’ha detto un caro amico, un parente, quindi il meccanismo è molto legato a legami diretti, anche emotivi. Una volta c’era una divisione tra l’informazione ufficiale e quella che veniva dalle persone comuni, magari al bar. Con internet tutto questo assume una connotazione pubblica, visibile a tutti e diffondibile in brevissimo tempo. I social network fanno la differenza in questo: si basano sulla rete sociale. Questa fa la differenza: quando stiamo sui social dovremmo servirci degli strumenti di filtro che abbiamo a disposizione. Se ciascuno di noi compie un’operazione di selezione delle informazioni vere, scartando quelle false, che in questo modo non potranno diffondersi e non potranno fare danni, allora l’informazione in generale sarà affidabile. Se ciascuno di noi, invece, nel suo piccolo, farà male la propria parte, allora anche l’informazione ne risentirà decisamente.

Un aspetto spesso non è percepito: quello che condividiamo contribuisce a costruire o demolire la nostra reputazione. È una reputazione on-line, ma questa si traduce automaticamente in una reputazione reale. Se condividiamo informazioni non verificate, che si scoprono essere bufale, anche la nostra reputazione ne risentirà!

Una volta l’informazione era diversa: c’erano le fonti, che venivano lette e valutate attentamente dai giornalisti, i quali presentavano le notizie al pubblico. Nella rete tutto questo si confonde. Non è più una relazione a unico verso, ma a verso duplice, tutti sono in comunicazione con tutti: sono tutti un po’ fonti, un po’ giornalisti, un po’ pubblico.

Allora come fare?

Attenzione. Ci è richiesto un surplus di attenzione: in rete è necessario avere ancor più attenzione. Più le informazioni fanno leva sulla pancia, più è facile che siano imprecise o bufale.

Serve tempo. I giornalisti ci cadono perché manca il tempo, l’informazione è rapidissima adesso, bisogna comunicare tutto subito. Inoltre c’è un disperato bisogno di generare visite, nella logica del marketing e della pubblicità. Un meccanismo perverso, che nella rete serve a poco, ma pochi giornalisti sono in grado di comprenderlo, ancora.

Serve compassione. Umanità, comprensione, sul fatto che queste cose succedano: siamo imperfetti, tutti sono presi dalle bufale, è un fatto umano, una debolezza.

Fact checking: processo noto dall’Editoria “antica”, per cui tutti gli articoli venivano sottoposti ad un controllo accurato, scrupoloso. Questo adesso non si fa più per questione di costi, mentre oggi si utilizzano per verificare le dichiarazioni dei politici.

Se vogliamo che le nostre notizie passino facilmente dobbiamo dare delle informazioni per verificare le fonti. Solo così le notizie vere potranno diffondersi facilmente.

Come possiamo fare tutto ciò operativamente? Che sito posso usare? Il migliore, il più ricco di informazioni, ma anche il più pericoloso, è Google: cercare il nome, il luogo, il numero, un espressione, qualunque appiglio nella notizia, e cercare, frugare. Così come per le immagini: Google Immagini è un servizio tanto utile, quanto poco noto: è possibile caricare un’immagine e ricercarne di simili.

Il sito più importante che raccoglie bufale di ogni genere e le smonta pezzo per pezzo è Il Disinformatico, di Paolo Attivissimo. È utile leggere i suoi articoli anche perché può fornire un metodo personale al fine di smontare bufale con cui veniamo in contatto.

Da grandi poteri, grandi responsabilità” – così conclude Maistrello – oggi noi possiamo condividere i contenuti, facendoli arrivare in tutto il mondo. Insieme a questo enorme potere c’è l’onere e la responsabilità di essere accurati e precisi.

 

Sergio – riprende Simona Regina – ci ha trasmesso di dubitare e verificare le notizie troppo belle e allettanti. Sonia Zorba, continua la moderatrice, dal canto suo era preda dell’emotività, ma ha saputo fermarsi, e con freddezza compiere un percorso di informazione consapevole. Sonia, in un post del suo blog, diventato in breve tempo molto virale, ha spiegato il suo percorso di informazione che l’ha portata a cambiare idea.

 

La bufala come occasione di ricerca e approfondimento personale

Sonia Zorba parte proprio parlando del suo blog, che ha aperto per passatempo e che contiene questo breve post che ha raccolto numerose condivisioni in brevissimo tempo. Questa diffusione è dovuta al fatto che trattava della sperimentazione animale. All’epoca Sonia era fermamente contraria per motivi etici, ma la sua convinzione era supportata da una serie di dati, che poi si sono rivelati bufale.

Ad esempio era convinta di come gli animali siano troppo diversi da noi. “Non siamo ratti di 70 kg”, argomentazione che Sonia ha usato spesso per sostenere la sua posizione.

Grazie ad una discussione, avuta proprio tramite social network, con un suo amico Sonia si è resa conto di saperne molto poco della Sperimentazione Animale, e ha voluto informarsi di più e meglio, spinta anche dalla perdita di fiducia di alcuni gruppi animalisti, che si sono rivelati violenti e si sono dimostrati “cattivi animalisti”.

Una delle cose che più ha colpito la giovane relatrice, è che sarebbe bastato andare sugli stessi siti che si occupano di metodi alternativi, per rendersi conto di come, per loro stessa ammissione, i metodi alternativi non possano ancora sostituire integralmente la sperimentazione animale.

 

Sonia, dice Simona Regina, ha dubitato e ha verificato, percorrendo una strada che ci è d’esempio. A proposito di Stamina, citato prima, la moderatrice spiega al pubblico che fiori fior di scienziati, ricercatori veri, che pubblicano e diffondono la loro ricerca, si sono spesi per mettere in guardia malati e familiari, ma non è servito. Cosa possiamo fare, si chiede la Regina, come giornalisti, ricercatori e cittadini per proteggerci da questa informazione e caricare armi contro la cattiva scienza?

Secondo Alice Pace, nel caso di Stamina la voce degli scienziati è arrivata dopo che le immagini che facevano leva sui sentimenti si sono diffuse. Tutti noi abbiamo visto la disperazione dei malati prima delle vere informazioni scientifiche. Purtroppo il canale della pressione emotiva ha reso difficile far cambiare idea alle persone. Come giornalista, la Pace, suggerisce di arrivare prima, impedendo che le bufale prendano piede.

Secondo Maistrello, quando parte la storia fantastica, perfetta, che da speranza, che dice che esiste un complotto, è difficile controbattere. La chiave sarà comunicare con gli strumenti di oggi, non inseguendo le bufale ma prevenirle. Oggi le notizie sono la sensazionalità, molto meno la quotidianità. Il nostro grande contributo è fare ciascuno il proprio pezzettino e farlo in tempo reale, nel quotidiano, condividendo informazioni sane.

Dal punto di vista di Anchisi, che svolge il suo lavoro di ricercatore tutti i giorni, gli scienziati hanno difficoltà a comunicare il loro lavoro, perché sono abituati a pensare in modo razionale. Una difficoltà della ricerca è che cerca di trasmettere il proprio lavoro in modo razionale, ma il problema è che serve tempo per valutare le singole opzioni. Una pecca della comunicazione della scienza è proprio che ignora l’aspetto dell’empatia, evitando di usarla, continuando sulla strada della razionalità.

 

L’incontro è proseguito con una serie di interessanti e stimolanti dimostrazioni da parte del Prof Anchisi, che hanno dimostrato come la nostra percezione sia a volte fallace. E di come la nostra esperienza passata modula in maniera importante la nostra percezione attuale. Tuttavia, sottolinea Anchisi, non dobbiamo fidarci esclusivamente della nostra esperienza. È necessario essere sempre pronti e disponibili alle alternative. La cosa interessante, continua Anchisi, è che la nostra esperienza passata passa in secondo piano se cominciano a sedimentarsi prove successive.

 

L’incontro è decollato con una serie di domande molto interessanti da parte del pubblico che hanno stimolato il dibattito e hanno contribuito a comporre, a mio parere, tre messaggi molto chiari:

  1. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”, famoso detto che testimonia la difficoltà a farci cambiare idea. Possiamo evitare di essere sordi e ciechi mantenendo la guardia sempre alta per riconoscere eventuali bufale e per verificare le fonti delle informazioni.
  2. Anche i mezzi d’informazione ufficiali sbagliano clamorosamente. Un articolo scientifico pubblicato su un’autorevole rivista medica può trasformarsi in un clamoroso errore d’interpretazione. Ecco che quando sentiamo notizie che ci sembrano strane, dovrebbe risalire alla fonte, e leggerle all’origine.
  3. Abbiamo una grande fortuna: l’istruzione. Dovremmo servirci degli strumenti di base che ci hanno insegnato per partire dal presupposto che “tutto è potenzialmente una bufala”, siamo noi che dovremmo scoprire quale è effettivamente una bufala, da ciò che è vero. Di chi fidarsi, dunque? Secondo Alice Pace, di nessuno. Perché la cosa migliore è partire dal presupposto che tutto è falso e provare a dimostrare il contrario. Le fonti affidabili, però, ci sono: gli esperti, gli scienziati che tutti i giorni lavorano su determinate tematiche. Chiedere a chi di quella materia sa di più, ma non a uno, a diversi. La verità scientifica non può essere ricercata in un programma che fa varietà.

 

Come potrebbe essere resa più leggibile la ricerca per la cittadinanza? Chiede ai nostri relatori, Giada Rossi, Presidente di Kaleidoscienza e biotecnologa ricercatrice.

Secondo Anchisi, negli ultimi anni la comunità scientifica ha intravisto il problema e ha cominciato a chiedersi come divulgare i risultati in modo affidabile. Come? Innanzitutto insegnando agli scienziati a parlare con il linguaggio comune. In seconda battuta migliorare la sinergia con i giornalisti scientifici.

Secondo la moderatrice occorre lasciare più spazio nelle redazioni ai giornalisti scientifici, con cui i ricercatori camminano a braccetto: sono dei compagni di viaggio inseparabili.

Alice Pace ammette di aver sempre interagito positivamente con i ricercatori. Spesso sono strozzati a cercare fondi, ma sempre disponibili ad una chiacchierata. Secondo lei, i ricercatori dovrebbero rendersi ancora più disponibili ad un confronto con i giornalisti scientifici.

Secondo Maistrello la rete ci aiuterà, perché sarà sempre meno del giornalista tuttologo. È proprio il modello del giornalista tutto-fare che verrà meno. Ci sarà, secondo Maistrello, una grande necessità di informatori specializzati.

 

L’incontro si è concluso con l’invito rivolto ai relatori da parte di Simona Regina a lasciare una lista della spesa delle cose a cui fare attenzione per essere cittadini informati e consapevoli.

Secondo Sonia Zorba bisogna lasciare da parte le emozioni e ascoltare i pareri di chi la pensa diversamente. Inoltre: essere curiosi!

Secondo Anchisi tutti noi sbagliamo. Quindi sempre attenti a controllare le fonti, sempre attenti alla nostra esperienza, ma aperti a nuove informazioni. Anchisi conclude citando Faiman: “uno scienziato cerca la verità, ma lavora con il dubbio, che deve essere rimanere acceso come un campanello d’allarme”.

Per Alice Pace la ricetta è mettere le mani in pasta e sporcarsele, non sottrarsi ai confronti.

Mentre Maistrello ci invita a sfruttare meglio la rete: è facile, semplice, ma ci chiede di fare il contrario di quello in cui siamo istruiti a fare. Occorre riprendere in mano il nostro percorso di conoscenza, così come abbiamo imparato a svilupparlo da bambini.

 

Non nutriamoci di bufale, conclude la moderatrice Simona Regina, rimanendo nella metafora culinaria che da il titolo all’evento, ma di cultura, perché una società senza cultura rischia di essere dominata da false credenze e superstizioni.

 

Organizzatore locale: Kaleidoscienza. Coordinamento Nazionale: Italia Unita per la Scienza.

Organizzatore locale: Kaleidoscienza.
Coordinamento Nazionale: Italia Unita per la Scienza.

 

Visitate il sito di Kaleidoscienza e sostenete questa meravigliosa Associazione!

 

 

Infortunio sul lavoro vs. Malattia professionale

Che differenza c’è tra infortunio sul lavoro e malattia professionale?

 

Forse vi sembrerà banale parlare di lavoro proprio alla vigilia del 1° maggio. Tuttavia, l’argomento di questo (lungo) post è uno degli argomenti più importanti per il lavoratore: conoscere cosa s’intende per infortunio sul lavoro e per malattia professionale, come comportarsi, a quali Enti potersi rivolgere e cosa gli viene riconosciuto e garantito.

Mettetevi comodi.

 

La tutela delle persone a proposito del lavoro è uno degli argomenti essenziali della sicurezza sociale. L’articolo 38 della Costituzione è la prima tra tutte le norme a prevedere la previdenza sociale: “[…] I lavoratori hanno diritto che siano provveduti ed assicurati i mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. […] Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.”

 

L’INAIL è un’assicurazione pubblica

L’Ente preposto a occuparsi della tutela della salute delle persone sul luogo di lavoro è l’INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro). Si tratta di una vera e propria assicurazione, non privata, bensì sociale, pubblica. Secondo l’art. 1882 del Codice Civile, L’assicurazione è il contratto col quale l’assicuratore, verso il pagamento di un premio, si obbliga a rivalere l’assicurato, entro i limiti convenuti, del danno ad esso prodotto da un sinistro, ovvero a pagare un capitale o una rendita al verificarsi di un evento attinente alla vita umana.” Rispetto all’assicurazione privata, quella sociale ha dei caratteri distintivi e peculiari: è obbligatoria, scatta in automatico al verificarsi dell’evento, ha una finalità sociale e non di lucro, ha natura collettiva e garantisce l’uniformità delle prestazioni che eroga.

L’INAIL, in particolare, è un’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali. Fa parte dell’assicurazione sociale anche l’INPS (Istituto Nazionale Previdenza Sociale), che invece tutela l’invalidità, l’inabilità, la vecchiaia o l’anzianità lavorativa, la disoccupazione involontaria, la maternità, la malattia.

 

 

Infortunio sul lavoro

Secondo il D.P.R. 1124/65, (Testo Unico delle disposizioni per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro per le malattie professionali), articoli 2 e 210: L’assicurazione comprende tutti i casi avvenuti per causa violenta in occasione di lavoro, da cui sia derivata la morte o un danno biologico permanente, ovvero una inabilità temporanea assoluta che comporti l’astensione dal lavoro per più di tre giorni.

Tre, dunque, sono le caratteristiche fondamentali dell’infortunio sul lavoro: la causa violenta, l’occasione di lavoro, il danno assicurato. Cosa significa? Scopriamolo insieme:

 

CAUSA VIOLENTA

Esteriorità: l’evento deve essere esterno, fuori dal soggetto. Può essere fisico-meccanico (un trauma), chimico (intossicazione acuta o irritazione da sostanze chimiche), termica (colpo di calore), elettrica, barica, tossica, infettiva oltre che lo sforzo e lo stress emotivo.

Concentrazione cronologica: l’evento deve avvenire in un turno di lavoro. Questo può includere sia una causa violenta, che avviene in tempi brevi come un trauma, sia un avvenimento che accade un tempi leggermente più lunghi, sia un colpo di calore o la refrigerazione, ma sempre all’interno del turno di lavoro.

Efficienza: l’evento non può essere sostituito da un’altra qualsiasi causa.

 

OCCASIONE DI LAVORO

L’evento deve essere dipeso dal rischio professionale (rischio specifico o generico aggravato – vedi dopo) e dalla finalità di lavoro.

 

DANNO ASSICURATO

L’evento, per essere riconosciuto, deve aver provocato la morte, un danno biologico permanente (cioè la menomazione dell’integrità psicofisica della persona, espressione del bene giuridico salute, suscettibile di valutazione medico-legale), o un’inabilità temporanea assoluta (impossibilità di svolgere la lavorazione) che comporti l’astensione per più di tre giorni.

 

Riferimento al sito INAIL.

 

Il rischio professionale

Cosa s’intende con rischio professionale? L’INAIL riconosce il rischio specifico e il rischio generico aggravato.

Il rischio specifico è quello strettamente legato alla professione svolta. Ad esempio un apicoltore che è punto da un’ape, il rischio di cadere da un’impalcatura per un muratore.

Il rischio generico aggravato non è strettamente legato alla professione svolta, ma può essere collegato. Ad esempio un contadino che è punto da un’ape. Il contadino non svolge propriamente la professione di apicoltore, ma è innegabilmente più a rischio di un impiegato.

Non è, invece, riconosciuto il rischio generico, quello, per intenderci, dell’impiegato che viene punto da un’ape. Si tratta di un evento che può capitare a tutti, non è strettamente legato al lavoro.

 

 

L’infortunio in itinere

L’INAIL tutela i lavoratori anche nel caso d’infortuni avvenuti durante il viaggio di andata e ritorno tra l’abitazione e il luogo di lavoro, quando il lavoratore deve recarsi da un luogo di lavoro a un altro, nel caso di rapporti di lavoro plurimi, oppure mentre si reca al luogo di consumazione dei pasti, se non esiste una mensa aziendale. Qualsiasi modo di spostamento è compreso nella tutela (mezzi pubblici, a piedi, ecc.) a patto che siano appurate le finalità lavorative, la normalità del tragitto (il lavoratore deve percorrere il tragitto più logico per recarsi al lavoro) e la compatibilità degli orari. Al contrario, il tragitto effettuato con l’utilizzo di un mezzo privato, compresa la bicicletta in particolari condizioni, è coperto dall’assicurazione solo se tale uso è necessitato.

 

Le interruzioni e deviazioni del percorso rientrano nell’assicurazione?

Le eventuali interruzioni e deviazioni del normale percorso non rientrano nella copertura assicurativa a eccezione di alcuni casi particolari, ossia se vi siano condizioni di necessità o se siano state concordate con il datore di lavoro. Ad esempio:

interruzioni/deviazioni effettuate in attuazione di una direttiva del datore di lavoro;

interruzioni/deviazioni “necessitate” ossia dovute a causa di forza maggiore (ad esempio un guasto meccanico) o per esigenze essenziali e improrogabili (ad esempio il soddisfacimento di esigenze fisiologiche) o nell’adempimento di obblighi penalmente rilevanti (esempio: prestare soccorso a vittime di incidente stradale);

brevi soste che non alterino le condizioni di rischio.

Se invece il lavoratore si ferma, ad esempio, per fare la spesa, questa non è un’interruzione/deviazione che esprime una necessità.

 

Usare un mezzo privato

Per quanto riguarda l’uso del mezzo privato (automobile, scooter, bicicletta), l’INAIL è molto chiara. Ecco cosa potete trovare nel sito dell’INAIL:

Può considerarsi necessario solo in alcune situazioni, esempi:

  • mezzo fornito o prescritto dal datore di lavoro per esigenze lavorative
  • il luogo di lavoro è irraggiungibile con i mezzi pubblici oppure raggiungibile ma non in tempo utile rispetto al turno di lavoro
  • i mezzi pubblici obbligano a attese eccessivamente lunghe
  • i mezzi pubblici comportano un rilevante dispendio di tempo rispetto all’utilizzo del mezzo privato
  • la distanza della più vicina fermata del mezzo pubblico deve essere percorsa a piedi ed è eccessivamente lunga.

 

 

Malattia professionale

T.U. (1965), Artt. 3 e 211 – L’assicurazione è altresì obbligatoria per le malattie professionali indicate nella tabella allegate […], le quali siano contratte nell’esercizio e a causa delle lavorazioni specificate nella tabella stessa ed in quanto tali lavorazioni rientrino fra quelle previste […].

Si tratta, dunque, di patologie croniche connesse al lavoro, il lavoro o le lavorazioni specifiche sono la causa primaria della malattia. Non si parla più di causa violenta in occasione di lavoro, come nell’infortunio. Nelle malattie professionali manca l’evento traumatico, ma c’è una correlazione diretta tra il lavoro, particolari esposizioni dovute alle lavorazioni specifiche e la malattia.

 

Tre sono le caratteristiche fondamentali delle malattie professionali:

 

RISCHIO PROFESSIONALE

Non più occasione di lavoro, come nell’infortunio, ma rapporto causale diretto con il lavoro.

 

CAUSA DILUITA NEL TEMPO

Non più causa violenta, ma una causa (lavorativa) più prolungata nel tempo, che porta ad una malattia cronica.

 

SISTEMA TABELLARE

Le malattie professionali sono tutte raccolte in una tabella a tre colonne. Nella prima sono riportate tutte le malattie professionali, nella seconda le lavorazioni specifiche che possono causare direttamente la malattia in oggetto. Infine nella terza colonna è indicato il limite massimo di tempo in cui la malattia può manifestarsi se effettivamente connessa alla lavorazione specifica. Esiste, cioè, un limite temporale massimo d’indennizzabilità da parte dell’INAIL. Ad esempio: per le malattie causate da piombo, leghe e suoi composti organici, le lavorazioni previste sono quelle che espongono all’azione del piombo leghe e composti. Il periodo massimo d’indennizzabilità dalla cessazione del lavoro è di 4 anni. Se entro quattro anni il lavoratore manifesterà una malattia legata all’esposizione al piombo, allora il riconoscimento della malattia professionale sarà automatico. Nel caso in cui, invece, passi più tempo il lavoratore dovrà dimostrare l’effettivo nesso di causa tra il lavoro e la sua patologia.

Un sistema così, tuttavia, è chiuso: non permette di riconoscere malattie che non siano comprese in questa tabella. È stato risolto il problema trasformando il sistema tabellare in un sistema misto: rimane in vigore la tabella originaria, ma è possibile il riconoscimento di qualsiasi altra malattia, purché il lavoratore dimostri il nesso di causa tra la stessa e il lavoro.

 

Riferimento per la malattia professionale sul sito ufficiale INAIL.

 

Valutazione del danno

Una domanda che potrebbe sorgervi è: “ma come fanno a calcolare quanto riconoscermi in denaro?” Per questo esistono delle tabelle specifiche che valutano il grado di invalidità per le singole menomazioni, oppure esistono delle formule particolari che calcolano il danno sulla base di diverse variabili che possono presentarsi di volta in volta.

 

 

Quali sono le prestazioni assicurative riconosciute dall’INAIL?

Sono essenzialmente cinque le prestazioni assicurative che sono erogate dall’INAIL. È da tenere in considerazione che non vi è alcun indennizzo per le menomazioni fino al 5%.

Ecco le prestazioni assicurative:

Temporanea inabilità assoluta: INDENNITA’ GIORNALIERA (dopo il terzo giorno).

Danno biologico permanente:

  • INDENNIZZO IN CAPITALE per i danni dal 6 al 15%.
  • RENDITA VITALIZIA per danni dal 16 al 100%.
  • Assegno mensile di assistenza personale continuativa per determinate menomazioni tassativamente specificate nella tabella allegato 3 al T.U., le cosiddette “grandi invalidi del lavoro”.
  • Rendita ai superstiti (artt. 85 e 233).
  • Prestazioni di cura e riabilitazione (art. 83 del T.U. e leggi n. 88/1989). Per quest’ultima voce, consultare la sezione dedicata sul sito ufficiale INAIL.

 

Riferimento al sito INAIL.

 

Come comunicare l’infortunio?

Potete trovare tutte queste informazioni sul sito ufficiale dell’INAIL:

Il lavoratore deve dare notizia dell’infortunio al datore di lavoro. La segnalazione dell’infortunio deve essere fatta anche nel caso di lesioni di lieve entità. In base alla gravità dell’infortunio, il lavoratore può:

  • rivolgersi al medico dell’azienda, se è presente nel luogo di lavoro;
  • recarsi o farsi accompagnare al Pronto soccorso dell’ospedale più vicino;
  • rivolgersi al suo medico curante.

In ogni caso, occorre spiegare al medico come e dove è avvenuto l’infortunio.

 

Vedi anche: Ottenere l’indennità temporanea, sul sito ufficiale INAIL.

 

Il certificato medico

Il medico rilascia un primo certificato in più copie, nel quale sono indicati la diagnosi e il numero dei giorni di inabilità temporanea assoluta al lavoro. Una copia deve essere consegnata subito al proprio datore di lavoro (direttamente o tramite altre persone, familiari, amici), una copia deve essere conservata in originale dal lavoratore. In caso di ricovero, sarà l’ospedale a inviare direttamente la copia dei certificati all’INAIL e al datore di lavoro.

 

Cosa fare se il datore di lavoro non denuncia l’infortunio?

Dopo essere stato informato dell’incidente, il datore ha due giorni di tempo per presentare all’INAIL la denuncia d’infortunio. L’obbligo di denuncia non c’è se, in base al certificato medico e alla relativa prognosi, l’infortunato è dichiarato guaribile in tre giorni oltre a quello dell’evento. Se il datore di lavoro non dovesse denunciare all’INAIL l’infortunio, può farlo il lavoratore inviando all’Istituto il certificato medico.

 

Come deve comunicare l’infortunio il lavoratore autonomo

Gli artigiani e i soci titolari, nella loro duplice veste di assicuranti e assicurati, devono denunciare all’INAIL l’infortunio da essi stessi subito entro 2 giorni dalla data del certificato medico che prognostica l’infortunio non guaribile entro 3 giorni. In considerazione della particolare difficoltà in cui può venirsi a trovare il titolare di azienda artigiana al momento dell’infortunio lavorativo, si può ritenere assolto l’obbligo di denuncia nei termini di legge ogniqualvolta il predetto, o il medico curante, invii, nel rispetto dei termini stessi, il solo certificato medico. L’interessato dovrà tuttavia provvedere, appena possibile, a compilare e a trasmettere il modulo di denuncia. In tali casi, non perderà il diritto all’indennità per inabilità temporanea assoluta per i giorni antecedenti l’inoltro del modulo.

In caso di impossibilità del titolare artigiano infortunato di provvedere personalmente alla denuncia entro i termini di legge, l’obbligo di dare immediata notizia dell’evento all’Istituto assicuratore mediante l’inoltro del certificato medico ricade sul sanitario che per primo ha constatato le conseguenze dell’infortunio (obbligo, peraltro, privo di sanzione).

Nell’ipotesi di infortunio occorso a lavoratore agricolo autonomo, l’obbligo di denuncia ricade sul titolare del nucleo di appartenenza dell’infortunato.

 

Come comportarsi in caso di ricaduta?

Se dopo la ripresa dell’attività lavorativa il lavoratore si sente male per motivi conseguenti all’infortunio e torna al pronto soccorso o dal proprio medico, nel certificato rilasciato deve essere specificato che si tratta di ricaduta dall’infortunio già comunicato e tale certificato va inviato sia al datore di lavoro sia all’Inail.

 

 

NB: Ho cercato di condurre la trattazione in modo più sistematico possibile, per rimanere fedele alle norme vigenti, vista la complessità dell’argomento. Tuttavia, l’importanza di questo impone che tutti i lavoratori siano a conoscenza delle norme vigenti, dei loro diritti e che sappiano cosa fare in caso di infortunio o malattia professionale. Il sito ufficiale INAIL, come più volte da me riportato come fonte e riferimento, è facilmente consultabile ed è, ovviamente, completo di tutte le informazioni necessarie: consultatelo.

 

Per approfondire: sito ufficiale INAIL.

 

Si ricorda che chi scrive non vuole sostituirsi ai professionisti medici:

 

ATTENZIONE! Bussola Medica NON dà consigli medici.

Le informazioni sopra riportate e tutti gli articoli del blog hanno solo un fine illustrativo: non costituiscono un consiglio medico, né provengono da prescrizione specialistica. Essi hanno lo scopo di spiegare tematiche mediche in modo comprensibile a tutti, senza, però, avere la presunzione di esaurire l’argomento in poche righe. Vi invito a rivolgervi al proprio medico curante, ai farmacisti e a tutti gli altri specialisti qualificati per chiarire qualsiasi dubbio riguardante la vostra salute. Il rapporto di fiducia, di stima reciproca e di confidenza tra medico e paziente deve essere sempre coltivato e salvaguardato con il massimo impegno possibile.

 

 

photo credit immagine di copertina.

Tanto subbuglio…per nulla!

Primavera: iniziano le allergie! 

Con la stagione primaverile e le frequenti belle giornate iniziano anche i problemi delle persone allergiche: starnuti, naso che cola, prurito oculare. Rappresentando uno dei maggiori problemi di salute pubblica, le allergie colpiscono, infatti, circa il 30% della popolazione, incidendo notevolmente in termini di costi assistenziali e di perdita di ore lavorative (ebbene sì!). Sono tra le patologie croniche più frequenti, sia negli adulti che nei bambini, influendo sulla qualità di vita del paziente, a volte anche molto negativamente.

 

Una reazione spropositata

Insieme alle intolleranze (quelle alimentari sono le più note) le allergie fanno parte delle cosiddette “reazioni da ipersensibilità”. Queste sono reazioni esagerate e dannose, mediate da meccanismi immunologici ben definiti, che si scatenano in soggetti predisposti a seguito dell’esposizione a dosi di sostanze normalmente tollerate dai soggetti normali, provocando la comparsa di sintomi caratteristici.

Mentre le allergie sono sostenute da una risposta esagerata del sistema immunitario del tipo tutto-o-nulla, le intolleranze non hanno niente a che fare con le cellule immunitarie e si scatenano con un meccanismo quantità-dipendente.

 

Questione di anticorpi

Gli anticorpi nell’immaginario comune sono i nostri paladini: difensori contro le infezioni. Essi hanno un ruolo cardine nella nostra immunità: fungono da mediatori tra le cellule immunitarie e i “corpi estranei”, che gli anticorpi riescono a riconoscere come tali. Alcune volte, però, come nel caso delle allergie, innescano un meccanismo dannoso o, per lo meno, eccessiva. La reazione allergica è caratterizzata dall’aumento della produzione di anticorpi delle classi IgE (che il medico potrebbe far dosare negli esami del sangue), condizione che può essere accompagnata da sintomi allergici (atopia – la vera e propria allergia), oppure no (in questo caso si parla di diatesi atopica). Le manifestazioni vanno dall’asma alla semplice ma fastidiosa rinite, da manifestazioni cutanee (orticaria), a quelle oculari (congiuntivite). In casi gravi si può arrivare allo shock anafilattico.

Tutte queste risposte sono determinate dal rilascio di istamina da parte di particolari cellule del sistema immunitario, i mastociti e i basofili. Proprio gli anti-istaminici sono i cardini della terapia delle allergie: questi farmaci ne bloccano l’azione sui tessuti bersaglio, impedendo lo sviluppo dei sintomi. Il medico, in alcune fasi della malattia, potrebbe consigliarvi l’assunzione di farmaci simili al cortisone: il loro utilizzo non deve essere demonizzato, in particolari condizioni e a dosi congrue devono essere anzi preferiti agli antistaminici, perché più efficaci.

Mentre la terapia con steroidi è a totale carico del malato, gli antistaminici sono in parte rimborsabili. La terapia anti-asma, invece, è totalmente rimborsata da SSN: meglio un trattamento adeguato oggi, che un ricovero (più costoso) domani!

 

Piccoli allergeni inalabili

I più comuni sono rappresentati da pollini di alberi, come le Betulaceae (Betulla, Ontano), le Corilacee (Nocciolo), le Cupressacee (Cipresso), le Oleacee (Frassino, Ulivo, Gelsomino) o di erbe come le Graminacee (Gramigna, Orzo, Avena, Segale), la Parietaria. Derivati epidermici di animali (forfora di gatto o cane) oppure Acari, tra cui i più frequenti sono il Dermatophagoides pteronyssius e farinae.

 

Calendario pollinico

Adesso, in Aprile, stanno fiorendo le Betullacee, le Graminacee, mentre scenderanno i pollini delle Corilacee, Parietaria e dei Cipressi. Le Betullacee continueranno fino a Giugno, quando esploderanno anche l’Olivo e la Parietaria. Mentre l’Artemisia e l’Ambrosia fioriranno in piena Estate.

Calendario pollinico: è importante consultarlo per conoscere il periodo di pollinazione della pianta cui si è allergici.

Calendario pollinico: è importante consultarlo per conoscere il periodo di pollinazione della pianta cui si è allergici.

 

Accorgimenti utili

Esistono alcuni semplici accorgimenti che possono ridurre la comparsa di manifestazioni allergiche: si tratta soprattutto di misure di buon senso, che ognuno di noi potrebbe già realizzare anche inconsapevolmente.

Ridurre l’esposizione al polline: consultate i calendari pollinici e i bollettini (vedi sopra) per conoscere il periodo di pollinazione delle piante cui siete allergici e per essere sempre aggiornati sulle concentrazioni dei pollini nel vostro territorio. La loro consultazione è utile anche in caso vogliate spostarvi per le vacanze o nel fine settimana, per scegliere il luogo più adatto alle vostre esigenze. Ricordate che la concentrazione dei pollini è molto maggiore nelle giornate soleggiate, secche e ventilate: evitate di uscire di casa in questi momenti, preferendo una passeggiata dopo un’abbondante pioggia, che favorisce la deposizione del polline al suolo. Dopo una passeggiata all’aria aperta, lavatevi sempre il viso, i capelli e le parti del corpo esposte; cambiatevi d’abito, lavando gli indumenti con i quali siete usciti: il polline si deposita sia sul corpo, sia sui vestiti. Lavate anche il pelo dei vostri animali domestici se liberi di entrare in casa dopo essere stati all’aperto. Evitate, inoltre, di stendere i panni all’aperto.

Aria pulita: mantenete sempre l’aria pulita negli ambienti in cui state. Evitate di aprire le finestre dell’abitazione e dell’ufficio nelle ore centrali della giornata e utilizzate preferibilmente condizionatori d’aria. Installate, se necessario, dei filtri appositamente studiate per trattenere le particelle polliniche (filtri HEPA).

Pulite bene casa: la pulizia costante e attenta della casa e di tutti gli ambienti frequentati è di fondamentale importanza per le persone allergiche, sia ai pollini, che agli acari. Passate l’aspirapolvere almeno settimanalmente, lavate le lenzuola almeno a 50° ed evitate tappeti o moquette. Esistono, inoltre, speciali coprimaterassi e copricuscini anti-acaro, oppure prodotti specifici acaricidi per la pulizia dei tappeti o dei divani.

Terapia? Subito! Se sono previsti elevati livelli di polline, assumete la terapia prima che compaiano i fastidiosi sintomi allergici.

 

 

Allergie non alimentari e allergie crociate

Il fatto che un soggetto soffra un’allergia per esempio alle Graminacee, che si manifesta con congiuntivite o rinite, non implica necessariamente che egli non debba più consumare alimenti contenenti grano, orzo, avena, per paura di manifestazioni allergiche. Anzi: questa evenienza è molto rara, per cui è possibile mangiare tutti i tipi di cereali!

Mele: frequentemente associate a cross-rezioni in soggetti allergici alle Betulaceae.

Mele: frequentemente associate a cross-rezioni in soggetti allergici alle Betulaceae.

Potrebbe capitarvi di sentir parlare delle allergie crociate: alimenti, soprattutto vegetali, possono scatenare reazioni allergiche come prurito o gonfiore della labbra. Le più frequenti allergie crociate possono (non è la regola) manifestarsi per consumo soprattutto di mele nei soggetti allergici alle Betullacee, ma anche di pere, pesche, ciliegie. Di nocciola e pesca-noce nei soggetti allergici alle Corylacee (nocciolo). Diffuse sono anche le reazioni crociate all’assunzione di melone e kiwi, più raramente pomodoro, nei soggetti allergici alle Graminacee. Anche le farine di orzo, frumento, kamut possono dare reazioni crociate con le Graminacee, infatti sono positive al prick-test. Tuttavia è abbastanza improbabile che si verifichino, perché gli alimenti contenenti tali farine sono ingeriti dopo cottura, che rende l’alimento tollerato. L’allergia alla Parietaria può dare reazione crociata con il basilico, la ciliegia, il melone; mentre quella all’artemisia e all’ambrosia con mela e melone. Molto frequente è la reazione crociata con i crostacei, molluschi e lumache per gli allergici agli acari, e quella con i frutti esotici (banana, avocado, kiwi), ma anche mela, fico, castagna, per gli allergici al lattice. Molto rara, invece, la cross-reazione con l’assunzione delle uova per i soggetti allergici alle piume d’uccello.

 

Rivolgetevi al proprio Medico Curante e allo Specialista per una diagnosi certa, ma soprattutto per escludere una possibile patologia asmatica e impostare una terapia corretta.

 

 

Per maggiori informazioni consultate i siti dedicati:

Associazione Italiana di Aerobiologia

 

 

photo credit immagine polline. 

 

Ciarlatani! Come orientarsi nella divulgazione medica on-line

Come si fa a distinguere un’informazione medica corretta? Com’è possibile verificare se le informazioni ascoltate ad una conferenza o in tv provengono da un esperto affidabile? Come si fa a capire se ciò che ci propone un sito internet è affidabile o meno?

 

Un tempo era chiamato ciarlatano chi sulle piazze toglieva denti ed esercitava pratiche di guaritore, approfittando della fiducia delle persone per ottenere denaro.

 

I ciarlatani erano coloro che esercitavano pratiche di guarigione, approfittando della fiducia delle persone per ottenere denaro.

I ciarlatani erano coloro che esercitavano pratiche di guarigione, approfittando della fiducia delle persone per ottenere denaro.

 

Nella definizione più moderna, chi si spaccia per quello che non è, chi cerca di ottenere guadagno dalla propria informazione tendenziosa.

 

La definizione secondo il Vocabolario Treccani on-line.

La definizione secondo il Vocabolario Treccani on-line.

 

La definizione secondo il Vocabolario Treccani on-line.

La definizione secondo il Vocabolario Treccani on-line.

 

 

Come riconoscere i ciarlatani?

Prenderò spunto da un bellissimo articolo di Silvia Bencivelli, pubblicato nel suo blog il 14 maggio del 2012.

 

Regola numero 1: lo scienziato sedicente eterodosso, non ufficiale, indipendente, nel 99% sei casi è un ciarlatano.

Regola numero 2: nella scienza, e nella medicina in particolare, i ciarlatani sono molto pericolosi.

Regola numero 3: i ciarlatani tendono a chiedere soldi. Alle persone, alle istituzioni, alla politica. Lo fanno raccontando fandonie sugli interessi degli altri, nascondendo accuratamente i propri.

Regola numero 4: un giornalista che dà voce al ciarlatano, inseguendo lo scoop a tutti i costi, dicendo “guardate, è un genio, ma nessuno gli da ascolto”, farà un ottimo share, ma sta facendo malissimo il suo lavoro. Idem per il politico.

Regola numero 5: il ciarlatano muore dalla voglia di essere intervistato.

Regola numero 6: chiedersi sempre

  • Che cosa pensano gli altri scienziati/medici;
  • Per chi lavora il ciarlatano?
  • Chi paga le sue ricerche?
  • Che cosa ha pubblicato finora? E dove?
  • Chi ci guadagna da quello che propone?

 

Non è assolutamente facile dare risposta a queste domande, soprattutto per chi non è del mestiere. Tuttavia vi invito a fare particolare attenzione alle informazioni presenti su internet: la rete è un contenitore dove finiscono una marea di schifezze mediche. Come barcamenarsi?

 

Affidarsi ai siti riconosciuti

Sembra banale, ma il consiglio migliore che posso darvi per non finire nella morsa dei dis-informatori scientifici e della pseudo-medicina è verificare che il sito sia dichiarato come validato. Farlo è semplicissimo, basta cercare il simbolo HONcode.

 

Il simbolo HONcode certifica che le informazioni mediche contenute nel sito sono verificate da esperti esterni, dunque affidabili.

Il simbolo HONcode certifica che le informazioni mediche contenute nel sito sono verificate da esperti esterni, dunque affidabili.

 

Si tratta di una commissione di professionisti che valuta l’affidabilità delle informazioni sulla salute e sulla medicina presenti su internet. Consiste in una vera e propria certificazione che attesta l’assoluta veridicità e validità delle informazioni contenute nel sito. L’obiettivo della certificazione è quella di fornire un’informazione medica di massima qualità ed affidabilità. Inoltre dimostra in maniera inequivocabile l’intento del sito di pubblicare delle informazioni in maniera totalmente trasparente. Questo favorirà non solo l’oggettività delle informazioni, ma anche l’utilità delle informazioni mediche pubblicate.

 

Monitoraggio attento

Il curatore del sito deve richiedere la certificazione HONcode. Una volta richiesta la commissione eseguirà delle visite periodiche nell’arco di un anno (ma ripetute anche successivamente al primo accreditamento), volte a valutare il rispetto dei principi disposti dalla commissione e validi a livello internazionale.

In aggiunta a questo la commissione valuta anche le segnalazioni giunte da qualsiasi utente internet che ritenga opportuno segnalare delle scorrettezze nella pubblicazione di informazioni mediche. In questo modo è possibile monitorare l’intera rete ed eventualmente impedire la pubblicazione di informazioni errate.

 

I principi

AUTORI

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COMPLEMENTARIETÀ

Le informazioni diffuse dal sito sono destinate ad incoraggiare, e non a sostituire, le relazioni esistenti tra paziente e medico.

 

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La provenienza delle informazioni diffuse devono essere accompagnate da referenze esplicite e, se possibile, da links verso questi dati. La data dell’ultimo aggiornamento deve apparire chiaramente sulla pagina (ad esempio in basso ad ogni pagina).

 

GIUSTIFICAZIONE

Ogni affermazione relativa al beneficio o ai miglioramenti indotti da un trattamento, da un prodotto o da un servizio commerciale, sarà supportata da prove adeguate e ponderate secondo il precedente Principio 4.

 

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Gli ideatori del sito si sforzeranno di fornire informazioni nella maniera più chiara possibile e forniranno un indirizzo al quale gli utilizzatori possono chiedere ulteriori dettagli o supporto. Questo indirizzo e-mail deve essere chiaramente visibile sulle pagine del sito.

 

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Scorrete rapidamente la pagina…

…e verificate se sia presente il simbolo. Se c’è potete stare tranquilli che le informazioni riportate sono corrette e finalizzate alla vostra salute.

 

In caso contrario, cambiate sito.

 

 

Enrico Scarpis

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photo credit immagine del ciarlatano sulla piazza

Io complotto, tu complotti, egli complotta…

Torri Gemelle 9/11

La cura per il cancro è già stata scoperta, ma le case farmaceutiche la tengono nascosta per guadagnare. L’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre è stato, in realtà, orchestrato dallo stesso governo americano. Non siamo mai sbarcati sulla Luna, è stato tutto girato in un set cinematografico. L’Area 51 nasconde segreti sugli alieni.

 

Sono gli esempi classici di teorie del complotto: eventi socialmente rilevanti possono essere distorti da alcune persone, portando allo sviluppo di credenze alternative. Queste hanno lo scopo di tentare di spiegare la causa di un evento in termini di macchinazione da parte di persone che governano il mondo intero “dietro le quinte”, all’oscuro di tutti.

Sono largamente sfruttate da giornali, trasmissioni televisive, registi, reporters, bloggers. Ci sono varie teorie sugli argomenti più disparati: politica, azioni militari, per non parlare della scienza e della medicina.

 

Mi sono sempre chiesto come mai ce ne siano così tante e perché diverse persone le sostengano, nonostante l’assoluta mancanza di prove. Le teorie del complotto hanno un notevole potere di influenzare le masse e negli ultimi anni la popolarità di queste teorie è aumentata notevolmente, grazie soprattutto alla facilità con la quale queste teorie si diffondono attraverso internet. Purtroppo queste speculazioni possono creare notevoli danni, soprattutto in medicina: credere ai “complotti medici” può portare a conseguenze tragiche, fatali.

 

Sembra che i ricercatori di psichiatria e psicologia possano spiegarci qualcosa di molto interessante…

 

 

Predisposizione alla cospirazione

Un recente studio (Douglas, Sutton, 2011) ha dimostrato come l’accettazione delle teorie del complotto dipenda dalla inclinazione alla cospirazione da parte della stessa persona. Normalmente in seguito ad un evento di elevata risonanza pubblica, la maggior parte delle persone giungerebbe ad una conclusione in termini coerenti con le prove che sono presenti. Il fatto che per questi eventi straordinari non ci sia un accesso illimitato alle informazioni “ufficiali” impedisce di accertare le spiegazioni corrette. Da questa “zona oscura” partono le teorie complottistiche, che vengono accettate da quegli individui che fanno uso della cosiddetta proiezione. Questa è definita come il processo mediante il quale i pensieri, i sentimenti e le motivazioni proprie dell’individuo sono attribuiti ad altri. Secondo Freud, padre della psicanalisi e primo a parlare di proiezione, questa tendenza sarebbe un mezzo inconsapevole e automatico per dare un senso al contesto sociale e per dare coerenza ad informazioni esterne contradditorie.

Le persone che credono ai complotti, di fronte a tali teorie, sarebbero portate a utilizzare la proiezione come strumento per capire cosa gli altri potrebbero aver fatto. Ad esempio: l’ipotesi che la vera cura contro il cancro sia tenuta nascosta, sarebbe ben accetta se l’individuo pensasse “sì, se fossi in quella situazione lo farei anch’io”, il che equivale a dire: “sicuramente l’hanno fanno, ce la stanno tenendo nascosta”. Dunque, credere ai complotti, non avrebbe il fine di scoprire la vera verità, ma dimostra che la persona, in quella situazione, farebbe lo stesso.

 

Chi crede al complotto è per sua natura sospettoso

Un altro studio ha valutato la relazione tra la propensione a credere a queste teorie e la personalità del soggetto. Ne è emerso che chi crede alle teorie del complotto ha una maggiore propensione a saltare a conclusioni affrettate con prove limitate ed è per sua natura sospettoso. Sembra che questo modo di pensare rappresenti un tentativo per avere un maggior controllo sull’imprevedibilità del mondo esterno.

 

Lo scetticismo selettivo

I sostenitori della cospirazione sono molto dubbiosi riguardo alle informazioni “ufficiali”: non ci credono, le criticano, le deridono; mentre non oppongono alcun tipo di critica a tutte le informazioni coincidenti con il loro punto di vista. Queste persone credono di ragionare in maniera equa, in realtà selezionano, involontariamente, le informazioni che alimentano lo scetticismo.

 

La convinzione di diffondere la verità

La cosa interessante è che i complottisti partono dalla convinzione ottimistica che è possibile trovare la vera verità e diffonderla a tutti, favorendo un grande e importante cambiamento sociale. Queste persone invitano a “aprire gli occhi”, criticando le informazioni ufficiali e diffidando anche degli esperti “ufficiali”.

 

Questa recente ricerca segna un passo in avanti rispetto a tutte le precedenti, che vedevano la credenza nelle teorie del complotto come un’insicurezza individuale, come la sfiducia nei confronti del prossimo, oppure come un vero e proprio disturbo psichiatrico.

 

Disturbi di personalità

Forse quest’articolo suscita in voi perplessità e interrogativi. La prima reazione che potreste avere è: “queste ricerche sono inutili”. La realtà è che non solo sono utili, ma sono effettivamente immerse nella nostra realtà e nella psichiatria. La predisposizione al complotto può diventare un vero e proprio disturbo psichiatrico. Alcune persone possono sentirsi oggetto di complotto sul luogo di lavoro, in famiglia, con gli amici. Le relazioni interpersonali possono essere anche gravemente compromesse. Il “complotto” può essere il vero metro di giudizio che una persona può adottare per “guardare le cose”. Tutto questo può far parte di un disturbo di personalità, detto “Disturbo paranoide di personalità”. Nei disturbi di personalità la persona non si accorge di “pensare in maniera sbagliata”, crede che il suo modo di pensare e comportarsi sia normale. Tuttavia le persone accanto soffrono.

La tendenza a credere al complotto o l’avere un pensiero magico è un importante paradigma che i medici psichiatri e gli psicologi potrebbero ricercare per comprendere la personalità del soggetto.

 

Perché ne parlo?

Un’altra domanda che potrebbe suscitarvi il mio articolo: “uhm, sì, interessante, ma perché ne parla in un blog di medicina?”. Una prima risposta ve l’ho appena data: credere ai complotti potrebbe essere un segnale di un disturbo psichiatrico.

In realtà ho voluto scriverne un post non solo, e non tanto, per approfondire un disturbo psichiatrico, quanto per mettervi in guardia. Da cosa? Dai complotti su svariati temi medici: la cura segreta del cancro, le trame delle multinazionali farmaceutiche, la truffa dell’AIDS, il cancro (di nuovo?!) non è una malattia genetica, il cancro (ancora???) si può curare con il bicarbonato, i vaccini causano l’autismo, ecc.

Il mio mettervi in guardia potrebbe equivalere a dire “non credeteci”, ma soprattutto corrisponde a un invito ad informarvi in maniera adeguata. In che modo? Verificando l’autore prima di tutto (É un medico, un professionista della Sanità?), l’obiettivo dell’articolo (spinge il lettore a ribellarsi alle fonti “ufficiali”?), le fonti di informazione (riviste scientifiche? Siti autorevoli?), le prove che porta a favore della sua tesi (sono solo congetture, opinioni, oppure c’è qualche dato certo?). Molte, troppe volte è difficile leggere un articolo con criticità. Per questo il mio consiglio è quello di far fede alla medicina ufficiale, affidandosi al proprio medico e agli specialisti della Sanità.

 

Enrico Scarpis

 

 

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ATTENZIONE! Bussola Medica NON dà consigli medici.

Le informazioni sopra riportate e tutti gli articoli del blog hanno solo un fine illustrativo: non costituiscono un consiglio medico, né provengono da prescrizione specialistica. Essi hanno lo scopo di spiegare tematiche mediche in modo comprensibile a tutti, senza, però, avere la presunzione di esaurire l’argomento in poche righe. Vi invito a rivolgervi al proprio medico curante, ai farmacisti e a tutti gli altri specialisti qualificati per chiarire qualsiasi dubbio riguardante la vostra salute. Il rapporto di fiducia, di stima reciproca e di confidenza tra medico e paziente deve essere sempre coltivato e salvaguardato con il massimo impegno possibile.

 

 

photo credit immagine torri gemelle.

La Medicina è una scienza?

Cosa sia la medicina, in fondo, non se lo chiede nessuno, perlomeno nella quotidianità: che sia una scienza o un’opinione, l’importante è che guarisca, o curi.  Forse non se lo chiede nessuno perché è entrato nell’ideale comune il concetto – scontato, quasi – che la medicina sia a tutti gli effetti, una scienza esatta. Punto. Salvo poi scontrarsi con le diverse opinioni sulla stessa patologia: se la medicina è una scienza esatta, allora perché esistono diverse visioni in merito ad un aspetto particolare? In realtà sempre di più oggi il pensiero medico va uniformandosi, grazie alla letteratura scientifica, che rappresenta una solida base per costruire il proprio sapere e per sviluppare una corretta e vittoriosa pratica clinica.

Si tratta del concetto di Evidence Based Medicine = la medicina basata sull’evidenza dei fatti, delle prove, dei risultati scientifici verificabili da tutti, non su idee o opinioni.

Ma se volessimo speculare dal punto di vista filosofico, possiamo affermare che la medicina sia una scienza? Dalla risposta a questa domanda ne deriva anche una precisa concezione della medicina e dei suoi compiti/limiti. La maggior parte delle persone risponderà che sì, la medicina è una scienza. Di questo sono convinte non solo le persone comuni, ma anche molti addetti ai lavori; di conseguenza, che la medicina sia una scienza è spesso enfatizzata anche dai mass-media, televisioni o giornali che siano.

 

Così non è:

La medicina non è una scienza, è una pratica basata su scienze e che opera in un mondo di valori. È, in altri termini, una tecnica – nel senso ippocratico di techne – dotata di un suo proprio sapere, conoscitivo e valutativo, e che differisce dalle altre tecniche perché il suo oggetto è un soggetto: l’uomo.

(Giorgio Cosmacini, Il mestiere di medico, Raffaello Cortina Editore, 2000, p XI)

 

In questa frase ogni parola è selezionata e soppesata accuratamente.  Innanzitutto ci troviamo di fronte ad una disillusione: la medicina non è una scienza. La medicina è una pratica basata su scienze, è una professione che si esercita basandosi sui risultati ottenuti da studi scientifici. Essa non è di per sé una scienza, ma applica le conoscenze scientifiche all’oggetto di studio, l’uomo. Tuttavia esiste un’altra complicazione: non è una mera applicazione delle conoscenze scientifiche, ma è una professione immersa in un mondo di valori, cui la stessa medicina s’ispira e che deve rispettare, per il bene, in primis, del paziente.

 

Non a caso Ippocrate è ritenuto il padre della Medicina Occidentale: fu il primo a parlare di medicina come tecnica, nel senso di “mestiere”, “arte” di conservare la salute e curare le malattie. Ippocrate è il primo che va contro la visione sacra della medicina, contro l’idea che la salute fosse di prerogativa divina. Le tecniche, le arti, infatti, sono pratiche essenzialmente umane, non divine.

Medicina come tecnica, arte, di conservare la salute e curare le malattie.

Il medico ippocratico sostituisce il divino con la natura (physis): tutto, da Ippocrate in poi, è spiegato riferendosi alla natura, osservandone i comportamenti fisici. La Medicina Occidentale si è distinta fin dalle origini per l’attenzione quasi esclusiva per la parte corporea, a discapito di quella spirituale, oggetto, invece, della Medicina Orientale. Come tutte le tecniche, anche la medicina possiede un sapere teorico che si pone a fondamento della pratica. Cosmacini evidenzia l’autonomia di questo sapere: “suo proprio”, quasi a voler elevare le conoscenze mediche rispetto a quelle prettamente scientifiche. La medicina è figlia delle scienze di base, da esse trae insegnamento, ma da esse, nel contempo, se ne distacca, diventando autonoma. Questo sapere è teorico-pratico (“conoscitivo”), ma è anche “valutativo”, consentendo al medico di prendere delle decisioni in merito alla condizione di salute del paziente. È un sapere, cioè, che consente al medico di lavorare senza essere legato strettamente alle leggi di base, pur sfruttandone le proprietà.

 

La Medicina trae la sua linfa vitale direttamente dalle scienze esatte e dalle scienze mediche di base, che ne rappresentano le radici, per poi innalzarsi diventando autonoma e sviluppando un proprio sapere.

La Medicina trae la sua linfa vitale direttamente dalle scienze esatte e dalle scienze mediche di base, che ne rappresentano le radici, per poi innalzarsi diventando autonoma e sviluppando un proprio sapere.

 

La medicina, però, non si rende autonoma solo dalle scienze di base, ma anche da tutte le altre tecniche e arti; ciò che da esse la discosta è il suo oggetto di studio: l’uomo. Questo determina un recupero dell’aspetto “religioso” e filosofico. La medicina possiede, a tutti gli effetti, una speciale religiosità e una propria filosofia. Esiste una vera e propria religio medici, che “si estrinseca nell’antropologia del rapporto intersoggettivo tra curante e curato, tra medico e paziente: un rapporto “duale” […]”. Esiste anche un’anima filosofica della medicina: “il mestiere di medico aveva un proprio metodo (il metodo clinico), una propria episteme (una teoria della conoscenza scientifica), un proprio ordine morale […], una vera e propria concezione generale dell’uomo e del mondo (una visione eco-antropologica con l’individuo al centro del cosmo)”. “È chiaro che il miglior medico è sempre anche filosofo”, tale era il motto di Galeno, il più grande medico della Roma imperiale.

 

La medicina, dunque, deve riunire in sé sia l’aspetto materiale, sia quello spirituale. Deve occuparsi sia delle malattie, sia dei malesseri, perché “la condizione umana è fatta dell’una e dell’altra, è affetta da mali e afflitta da malessere; e il mestiere di medico è chiamato a cimentarsi con ambedue questi aspetti nei momenti cruciali della vita dell’uomo: la nascita, la malattia, l’infermità, l’invecchiamento, la morte”. Cosmacini prosegue, ancora, con delle meravigliose parole: “Il sapere-potere del mestiere, come non deve prescindere da una tecnologia efficiente ed efficace, così non può sottrarsi all’esigenza di una comprensione curativa globale dell’umanità del paziente. La qualità della cura è sperimentata da questi (dal paziente, ndr) anche in funzione di tale globalità”.

 

Oserei dire, parafrasando Kierkegaard de “Il diario di un seduttore”:

guarire la malattia è un’arte, curare l’animo un capolavoro.

 

Spunti in corsivo liberamente tratti e riadattati al concetto che voglio trasmettere da: Giorgio Cosmacini, Il mestiere di medico, Raffaello Cortina Editore, 2000.

 

Enrico Scarpis

 

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photo credit immagine di copertina.